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PER POTERTI MEGLIO ESPRIMERE (SE TI VA DI DIRE LA TUA) ...

Lettera per la figlia …

Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono,
e anche quello che rivelerò a te ora, perché tu lo trasmetta all’umanità,
si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo.
Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni,
fino a quando la società sarà progredita abbastanza
per accettare quel che ti spiego qui di seguito.
Vi è una forza estremamente potente
per la quale la Scienza finora non ha trovato una spiegazione formale.
È una forza che comprende e gestisce tutte le altre,
ed è anche dietro qualsiasi fenomeno
che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi.
Questa forza universale è l’Amore.
Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo,
dimenticarono la più invisibile e potente delle forze.
L’amore è Luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.
L’amore è Gravità, perché fa in modo che alcune persone si sentano attratte da altre.
L’amore è Potenza, perché moltiplica il meglio che è in noi,
e permette che l’umanità non si estingua nel suo cieco egoismo.
L’amore svela e rivela. Per amore si vive e si muore.
Questa forza spiega il tutto e dà un senso maiuscolo alla vita.
Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo, forse perché l’amore ci fa paura,
visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo non ha imparato a manovrare a suo piacimento.
Per dare visibilità all’amore, ho fatto una semplice sostituzione nella mia più celebre equazione.
Se invece di E = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo
può essere ottenuta attraverso l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato,
giungeremo alla conclusione che l’amore è la forza più potente che esista, perché non ha limiti.
Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo delle altre forze dell’universo,
che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento di nutrirci di un altro tipo di energia.
Se vogliamo che la nostra specie sopravviva, se vogliamo trovare un significato alla vita,
se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita,
l’amore è l’unica e l’ultima risposta.
Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore,
un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio,
l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta.
Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore
la cui energia aspetta solo di essere rilasciata.
Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara,
vedremo come l’amore vince tutto,
trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita.
Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere ciò che contiene il mio cuore,
che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te.
Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo,
ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta.

Tuo padre, Albert Einstein

BIBBIA E GIOVANI

“La Parola di Dio, parola per l’uomo”
relazione di Luigi Accattoli (18 settembre 2008)

Affronto l’argomento con il racconto di un’esperienza: una lettura familiare del Vangelo di Luca, proposta ai figli e ai loro amici, come via privilegiata per una ripresentazione della figura di Gesù Cristo, nel deserto del dopo-cresima.
Narro la proposta, le modalità di questa lectio familiaris che abbiamo chiamato “Pizza e Vangelo”, le obiezioni alla fede e al suo annuncio che vengono dai nostri figli. Figli già catechizzati, frequentatori di Bose e delle giornate mondiali della gioventù, ma approdati alla non pratica e persino all’affermazione della non credenza verso i vent’anni.
Un’occhiata al contesto
La “città mondiale” in cui viviamo tende a porsi come una città “secolare”: i valori condivisi sono quasi sempre riconducibili all’eredità cristiana, ma le leggi, la scuola, i media non li presentano più come tali. Lo stesso si può dire per gran parte del costume familiare e sociale. Non sono più a dominante cristiana il linguaggio – specie quello giovanile – e i sentimenti che esso veicola.
In questa città mondiale a dominante secolare – e in ciascuna ormai delle nostre città – viene in questione la fede: la possibilità stessa di dire “io credo in Dio” senza provocare meraviglia.
Ebbene, in questo contesto umano, l’unica reale possibilità di comunicare il Vangelo – da parte del singolo, nella vita ordinaria – è data dalla capacità di giungere, nel dialogo da uomo a uomo, all’affermazione: io credo in Gesù, io credo nel Dio di Gesù Cristo!
L’interlocutore – si tratti di un collega di lavoro o di un figlio secolarizzato – deve avvertire che gli stiamo comunicando non un’idea, o un programma, ma un’esperienza e quasi un segreto.
Compiuta l’affermazione “io sono cristiano”, resta il problema di presentare e giustificare la fede attestata e questo passo ulteriore non potrà essere compiuto che attraverso la narrazione – ormai sconosciuta ai più – della storia di Gesù: cioè attraverso una comunicazione del Vangelo che per molti sarà un primo approccio.
Da cinque anni propongo ai figli un viaggio nei Vangeli
In applicazione a questi convincimenti, mi sono chiesto che cosa potevo fare per ripresentare la figura di Gesù ai miei figli e in accordo con mia moglie ho proposto loro – già nella primavera del 2003 – un viaggio nei Vangeli. Si tratta dunque di un’esperienza che dura da oltre cinque anni.
“Vi faccio questa proposta – ho detto – perché io credo in Dio e in Gesù Cristo e sono felice per il dono di questa fede e vorrei parlarvene lietamente e confidenzialmente, affinchè possiate averne una ‘buona notizia’ e non quella notizia mesta e autoritaria che credete di averne avuto, e che via ha lasciati insoddisfatti, o indifferenti.
“Il Vangelo è la notizia di una resurrezione: in questo senso è una buona notizia. E credo vi interessi. Racconta che Gesù è tornato dai morti e ha promesso ai discepoli la resurrezione dai morti. Non c’è nulla di più interessante.
“Io sono sicuro che il Vangelo vi attirerà, perché non c’è nulla di più giovane del Vangelo sulla terra. Un Padre nei cieli che ci attende, un fratello maggiore che ce ne parla, il suo Spirito che a lui ci guida e ci aiuta a vedere ogni uomo come un fratello. Dopo duemila anni, il Vangelo è un libro che l’umanità ha appena aperto”.
Perché abbiamo scelto il Vangelo di Luca
Ho fatto quella proposta e i ragazzi l’hanno accettata. Tra i Vangeli abbiamo scelto quello di Luca: perché fu scritto per i greci, che erano lontani dal mondo ebraico e perciò esso è più vicino alla nostra condizione, che è ormai lontana dalla tradizione religiosa.
Ma l’abbiamo scelto anche perché Luca è l’evangelista della “mansuetudine di Cristo” e questo è un altro elemento che lo avvicina a noi. E’ l’unico evangelista che racconta che Gesù nasce in una stalla e viene visitato da pastori. L’unico che riporta le parabole del figlio prodigo e del buon Samaritano. L’unico che racconta l’episodio della “peccatrice” che si rannicchia ai piedi di Gesù e li bacia e li profuma, l’unico che narra la promessa del Regno al buon ladrone.
Ultimo motivo della scelta: Luca è il migliore – dal punto di vista letterario – tra gli scrittori del Nuovo Testamento. E anche questo può aiutare i nostri ragazzi a intenderlo.
La proposta l’ho fatta ai miei cinque figli, ai loro fidanzati e fidanzate (quattro sono maggiorenni), a due nipoti loro coetanei e ai loro amici. Ci riuniamo nella nostra casa e facciamo una lettura continuata, non saltiamo nulla e in cinque anni abbiamo di poco superato la metà del Vangelo di Luca.
La partecipazione è sulle dieci-quindici persone a sera. Ci si riunisce a cadenza quindicinale. Si fa l’incontro anche se qualcuno, o più di uno, non possono esserci. Agli assenti si invia per e-mail una sintesi della serata. All’inizio della riunione seguente, si ricapitola il tutto.
Non ci sono vincoli di presenza, né ritualità particolari. La lettura è intesa come primo approccio, fatta in modo che sia accessibile anche a chi non si professa credente: una metà dei ragazzi è dubbiosa, l’altra metà teme di essere atea.
Si legge e si discute dopo la cena, fatta con pizze ordinate in pizzeria. Fino a oggi i ragazzi sono contenti dell’esperimento e nessuno se ne è allontanato e tutti dicono che lo continueremo. Lo considero un buon risultato.
Attese e disagio dei ragazzi
Il mio racconto sarebbe monco se tacessi le obiezioni dei ragazzi. Non la resistenza alla proposta, che per fortuna non c’è stata, ma il vaglio delle modalità e l’assicurazione – cercata da ognuno – che non si trattasse di una via traversa per “riportarli in chiesa”.
Presento dunque l’idea e tutti accettano di tentare. Ma quasi tutti osservano che – a differenza di come la metto io – il loro distacco dalla fede cristiana non è dovuto alla disapprovazione di elementi marginali, o comunque non essenziali, quali potrebbero essere il ruolo politico della Chiesa, gli scandali del clero, la precettistica sessuale; ma è dovuto all’incapacità di accettare la resurrezione, il miracolo, il trascendente.
B chiede se sono previsti “momenti rituali”, come preghiere e partecipazioni a messe. Rispondo di no: infatti – dico – non abbiamo iniziato con una preghiera. E per la stessa ragione ho voluto che facessimo questo incontro in casa e non in parrocchia. Se un giorno saremo di più, cercheremo un luogo adatto, ma eviteremo l’ambiente della chiesa, per mantenere all’iniziativa il carattere libero e tra uguali.
Tutti trovano giusta questa partenza in campo aperto. B precisa che la proposta lo attira, ma non vuole dare per scontato nulla. Che “non si vede per niente” in una vita cristiana come è proposta dai neocatecumenali, o dai monaci di Bose, che gli sembrano mondi “troppo speciali”, ma potrebbe accettare “un modo di essere cristiano come quello degli amici di papà” (ex FUCI).
V e L sono i primi a porre la questione della fede e a chiedere se il confronto si potrà fare anche se uno, o più d’uno, tra noi, accetta il cristianesimo come amore del prossimo, ma non comprende più la fede cristiana. Dico di sì, perché il nostro viaggio nei Vangeli vuole avere carattere esplorativo. Ma preciso che a me interessa l’intero della figura di Cristo come è presentata dalla grande tradizione cristiana e dunque io ne parlerò sempre partendo da questa veduta.
A dice che la sua posizione è più radicale e lei si sente “atea del tutto”. Ma apprezza la “provocazione” che io propongo, nei termini di libertà dei singoli cui ho accennato.
I traccia la storia della sua fede, che ha avuto “il momento di Lourdes e della volontà di farsi suora, seguito da un grande rigetto”. L’attira la mia idea, di presentare la figura di Gesù per “abbondanza del cuore”, perché io “sono felice di frequentarla e vorrei offrire questa possibilità alle persone che mi sono più care”. E’ curiosa di vedere gli sviluppi di questo confronto.
Rispondendo a un’obiezione di A, sull’insufficienza del ragionamento per raggiungere la fede – “arrivo ad apprezzare il comandamento dell’amore, non ad accettare Dio e che Gesù è Dio” – accenno alla “fede come dono”, ricordo Paolo ad Atene, che neanche lui, il più trascinatore tra gli apostoli, riesce a “convincere” i greci riguardo alla resurrezione di Cristo. Infine uso un argomento che scelgo apposta per A e paragono la mia “provocazione” evangelica alla sua, quando, partente per la Puglia, mi disse: “Vai a Polignano a mare, che ti piacerà!” Così io dico: non conosco nulla di più bello della figura di Gesù e del suo Vangelo, nulla che possa dare più felicità! Proviamo a fare questo giro nei Vangeli, vedrete che vi piacerà!
Tutti dicono di trovare questa impostazione attraente. Ma anche tutti osservano che loro – grazie all’insegnamento avuto in famiglia e nelle varie esperienze fuori casa – sono “un passo, o molti passi più avanti, rispetto a tanti loro compagni e amici, che – loro sì – condannano la Chiesa perché è ricca, o considerano i preti ignoranti e imbroglioni”.
V aggiunge che “quando si discute, per esempio al lavoro, ma capitava anche a scuola, quelli che siamo qui passiamo per cristiani convinti, perché diciamo che non è vero che la Chiesa sia tutta una bottega e che ci sono anche dei credenti sinceri e preparati”. Tutti si sentono interpretati.
A mi chiede: “Se poi nessuno di noi arriva alle tue conclusioni?” Rispondo che io metto tutto nel conto e sarò comunque contento di aver potuto parlare di ciò che più amo alle persone che mi sono più care.
B si dice stupito dei comportamenti strani che hanno spesso i credenti – fa l’esempio della Giornata mondiale giovanile di Toronto, dov’è stato con M l’estate scorsa – e dice che è ben contento di poter parlare di Gesù tra persone normali e che “non ti fanno pregare a forza”. Dice la sua contrarietà ai “gruppi dove appena arrivi vieni chiamato a pregare, prima che si sappia perché si prega e se le persone vogliono pregare”.
Conclusione
I nostri ragazzi secolarizzati sono disponibili alla ripresentazione della figura di Gesù e al confronto sulla fede, purchè avvenga
- per il tramite dei Vangeli e non per altra via
- in modalità e contesto non ecclesiastico
- senza dare per scontato il “ritorno in chiesa”.
Mi vado interrogando sulle modalità che una simile iniziativa – di prima e libera proposta del Vangelo – potrebbe assumere in un contesto allargato, non più solo familiare. Credo che tutti i giovani dell’adunata di Tor Vergata accetterebbero – se li sapessimo offrire – incontri liberi sul Vangelo. Immagino che neanche uno su dieci, di quei due milioni, sia disponibile a un impegno in zona ecclesiastica.

La Rivista del Clero italiano 10| 2012
EDITORIALE

Per una fede adulta

Quando la fede può dirsi adulta? Per rispondere, proponiamo di rivisitare il cammino dei discepoli alla sequela di Gesù, così come viene descritto nei vangeli sinottici. Molti passi biblici parlano di fede, di fede iniziale e di fede matura, ma solo nei vangeli si scorge un vero e proprio itinerario, nel quale sono segnalate le tappe che indicano la differenza fra una fede iniziale e una fede adulta. Queste tappe si possono esemplificare con alcuni passaggi: dal Dio dei miracoli al Dio crocifisso, dal merito al dono, dal progetto alla persona, dal lasciare al trovare, dalla conversione al perdono, dalla giustizia alla gratuità e dal chiuso all’aperto. Ciascuno di questi passaggi richiede, ovviamente, un cenno. Ma basta un cenno, perché ciò che viene evocato è già nella memoria di ciascun cristiano.
Dal Dio dei miracoli al Dio crocifisso
Il vangelo di Marco è un racconto all’interno del quale si sviluppa un dibattito: il nodo del dibattito consiste in una sorta di contraddizione che Marco non attenua in alcun modo. Da una parte, parole e gesti di Gesù in cui si manifesta la potenza di Dio; dall’altra, una sconcertante debolezza. I gesti di potenza, infatti, non sottraggono Gesù al dissenso, e soprattutto diminuiscono e spariscono a mano a mano che ci si avvicina alla Croce. Quello di Marco è il vangelo dei miracoli, ma i miracoli muoiono sulla Croce, dove Gesù, che ha salvato gli altri, non salva se stesso. Potenza e debolezza sono le due facce del mistero di Gesù: i miracoli mostrano che in Lui agisce la potenza di Dio, e la Croce rivela che la potenza di Dio è l’amore e il dono di sé. È chiaro che Marco vuol condurre il discepolo a capire la Croce, perché la Croce è il luogo più denso in cui si può cogliere l’identità di Gesù, l’identità dello stesso discepolo e il vero volto di Dio. Il discorso duro della Croce mette in crisi il discepolo, che dapprima non comprende (8,27-33) e poi abbandona (14,50). Per Marco il vero discepolo è il centurione, che ai piedi della Croce riconosce il Figlio di Dio nella morte (15,39): non nei miracoli, ma in quella morte. Gesù ha compiuto i miracoli, ma non salva il mondo con i miracoli, né i soli miracoli sono in grado di rivelare la sua identità.
Dal merito alla grazia
All’episodio del giovane ricco segue un discorso di Gesù sul distacco dalle ricchezze (10,17-27). Questo discorso coinvolge gli stessi discepoli, i quali chiedono sbigottiti: ‹‹Se è così, chi si può salvare?››. La risposta di Gesù va subito al nocciolo della questione: ‹‹È impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio›› (10,27). Non c’è modo di salvarsi, ma c’è modo di essere salvati. Il discepolo è invitato a comprendere il motivo della ‘grazia’: un distogliersi dalla fiducia in se stesso per confidare unicamente nell’amore di Dio.
Capire la grazia è essenziale, se si vuole essere veramente discepoli dalla fede matura. Perciò ci permettiamo di insistere. A un primo livello di lettura la figura del discepolo nei vangeli è fallimentare. Ma a un secondo livello la figura del discepolo appare come una realtà aperta, carica di avvenire. Questo perché la fedeltà di Gesù vince la debolezza del suo discepolo. Si legga il passo dell’invio in missione: ‹‹Gesù li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore. Poi disse loro: andate in tutto il mondo e predicate›› (Mc 16,14-15). La sostanza e la struttura teologica è tutta qui: il discepolo è un uomo che, chiamato, viene meno, e tuttavia non viene meno la fedeltà di Gesù nei suoi confronti. Il discepolato è una struttura aperta, perché Gesù rimane legato ai suoi discepoli nonostante la durezza del loro cuore. Certo l’annuncio del vangelo richiede la nostra coerenza, ma non poggia sulla nostra coerenza. C’è il dovere della coerenza, ma non c’è posto per l’angoscia della coerenza. Anche se peccatori, abbiamo il diritto di annunciare il vangelo.
Dal progetto alla persona
La folla segue Gesù immaginandolo come un messia conforme alla propria attesa: accorgendosi, invece, che è un messia diverso, lo abbandona. La folla non cerca Gesù, ma se stessa. Anche il discepolo si è posto alla sequela con il medesimo schema messianico della folla (molti passi evangelici ne conservano le tracce), ma a differenza della folla il discepolo, a mano a mano che Gesù appare diverso, rimane nonostante tutto. Il discepolo è fedele alla persona del Signore più che al progetto che si è fatto di Lui. È normale iniziare il cammino della fede con un progetto, con attese precise, ma è altrettanto normale lungo la vita accorgersi che il volto di Dio è differente. È questa la vera crisi, forse la tappa fondamentale che segna lo spartiacque tra fede iniziale e fede matura. La vera crisi non accade quando si cerca il Signore, ma quando lo si trova e ci si accorge che è diverso.
Dal lasciare al trovare
Che il distacco per la sequela debba essere totale e definitivo è detto sin dall’inizio: subito i primi discepoli lasciarono il lavoro, il padre e la proprietà (Mc 1,16-20). Tuttavia anche il distacco ha un suo itinerario, che secondo il vangelo di Marco si sviluppa lungo due direttrici.
La prima (10,17-22) riguarda la motivazione del distacco, che progressivamente si purifica da ogni residuo dualistico e ascetico per concentrarsi sulla vera ragione: la libertà per il vangelo. Lo spazio del distacco – in termini positivi, lo spazio della libertà – si allarga a misura che il vangelo diventa l’unico interesse. Il cammino del discepolo è al tempo stesso una liberazione e una concentrazione graduali, un distacco per un’appartenenza.
La seconda direttrice è la convinzione che il distacco necessario per seguire Gesù non costituisce una perdita ma un guadagno, non una diminuzione ma una pienezza. L’affermazione di Pietro in Marco 10,28 – che non a caso si trova non all’inizio del cammino di sequela, ma nel suo momento più maturo, quando già si profila l’ombra della Croce – ottiene da Gesù una risposta netta: la vita eterna nel tempo futuro e il centuplo nel tempo presente.
Dal chiuso all’aperto
Il cammino della fede è fin dall’inizio orientato alla missione: ‹‹Vi farò pescatori di uomini››. La prima parola di Gesù al discepolo è: «Seguimi». E l’ultima: «Andate nel mondo intero». Il discepolo ha molto da imparare: non deve parlare a nome proprio, ma su incarico; non deve parlare di sé, ma unicamente dell’amore di Dio; il suo orizzonte non è la piccola comunità, ma il mondo intero: in questa impresa missionaria non è solo, ma sempre in compagnia del suo Signore.
Soprattutto, deve ricordare che l’universalità evangelica non è semplicemente quantitativa, ma qualitativa. Gesù è disceso in profondità sino a solidarizzare con l’ultimo degli uomini, e dal quel punto, dal basso, ha visto e raggiunto il mondo intero. Anche questo è un segno inconfondibile della maturità della fede.
Oltre la giustizia
Abbiamo già toccato il tema della gratuità, sottolineando che la fede adulta esige una conversione dalla fiducia in se stessi alla fiducia in Dio. Per illustrare ulteriormente il valore della gratuità ci riferiamo alle parabole del figliol prodigo (Lc 15,11-32) e degli operai pagati allo stesso modo (Mt 20,1-16). Il centro della parabola del prodigo non è la conversione del figlio che decide di ritornare a casa, ma l’amore del padre che l’accoglie prevenendolo. Il figlio incontra un perdono del tutto gratuito che precede la sua stessa conversione: il figlio voleva pagare il suo rientro a casa, e invece il padre neppure lo lascia parlare!
Il figlio non conosceva il padre, né quando si era allontanato da lui né quando decide di ritornare. Lo ha conosciuto incontrando il suo perdono del tutto gratuito. Sta qui la meraviglia, l’incontro con il vero volto di Dio.
Analoga – possiamo immaginare – deve essere stata anche la meraviglia degli ultimi operai che si sono visti dare la stessa paga dei primi. A sua volta il ‘giusto’ (cioè il fratello maggiore della parabola) è invitato a ragionare come il padre, oltre le strettoie della giustizia per approdare agli spazi larghi della gratuità. E gli operai della prima ora sono invitati a uscire dall’angustia della proporzionalità. Solo così si comprende qualcosa del Dio di Gesù Cristo. Senza questa apertura ci potrà essere una fede severa, impegnata, piena di opere e di meriti, ma non una fede adulta, veramente cristiana.

* tempo c'è per meditare ...

LA GRANDE CONTRAZIONE. I FALLIMENTI DELLA LIBERTA' E LE VIE DEL SUO RISCATTO

MAURO MAGATTI

sabato 9 febbraio 2013
(trascrizione della sua relazione ...)

Ringrazio Paolo Masciocchi per questa introduzione. Come avete capito, spero, bisogna studiare, fondamentalmente, perché è complicato.
Telegraficamente. Ci è capitato, visto che siamo ancora vivi tutti quanti, di vivere una stagione che è ben identificabile da questo punto, con delle premesse naturalmente, 1989-2008, vent’anni. 1989: caduta del muro di Berlino, si creano le condizioni per questa potentissima fase di espansione planetaria che va sotto il nome di globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia. Vent’anni (a cui l’Italia ha partecipato in maniera estremamente marginale) che si concludono con il 2008. 1989-2008, vent’anni caratterizzati da una potente espansione tecnico-economico-planetaria che è un fatto storico di una novità straordinaria.
Bisogna capire che si tratta di un sistema tecnico organizzato e univoco per cui l’artigiano di Carugate si trova in qualche modo vincolato allo stesso livello di performance tecnica del cinese che sta a Hong Kong, o dove volete voi, con un livello progressivo di integrazione tecnica, economica e planetaria. Si realizzano dei passi in avanti potenti in questa direzione. E, insieme, una potente espansione della soggettività, della libertà personale, individuale declinata, come è stato detto, prevalentemente nella direzione del “io esploro il mondo e faccio collezioni di esperienze”, cioè “consumo”.
Non si tratta di banale consumismo, che appartiene alla fase storica precedente, si tratta di avere una disposizione aperta a incontrare qualsiasi tipo di occasione che un mondo, che si percepiva in espansione da tutti i punto di vista, poteva offrire. Dico sempre che una delle letture profonde, e non banali, della parola consumo, un’etimologia possibile, credo molto fondata e profonda, è cum summa, cioè ha dentro non solo un immaginario, ma ha dentro, come dire, il senso profondo dell’atto sessuale, dell’orgasmo. Perché attraverso il cum summa, il consumo, noi tocchiamo qualcosa della realtà che ci sfugge.
È una questione molto profonda la questione del consumo, non è una banalità, non è affatto una banalità, declina la nostra disperata esigenza di toccare qualcosa, di sentire qualcosa, di ingurgitare qualcosa, di legarci a qualcosa. È come quando si va al ristorante, a un buon ristorante… Guardate, come gli antropologi ci insegnano, il fatto di ingurgitare il cibo, di sentirne il sapore, è un atto che ha una profondità esistenziale molto grande. Molto grande, perché si tocca e si è toccati, capite? Quando le persone nel grande magazzino della Rinascente fanno un giro, sono da qualche parte nel mondo, un mondo sperduto, ma sono da qualche parte nel mondo.
Naturalmente, noi possiamo dire che è un’illusione, tante cose possiamo dire, ma non è una banalità. Allora, a questa espansione tecnico-planetaria è associata a questa espansione della soggettività dell’io, perché nel frattempo ci siamo liberati, ci siamo liberati dal punto di vista economico, abbiamo vinto la miseria in Occidente, ci siamo liberati dal punto di vista politico, ha vinto la democrazia, ci siamo liberati dal punto di vista culturale, del pluralismo culturale abbiamo fatto, diciamo così, la nostra legge.
La cosa che ci deve impressionare è che in queste condizioni è scoppiata una crisi gigantesca. Io sto cercando di spostare, per quel che penso io naturalmente, alcuni modi di guardare a questa fase storica. Infatti, il sottotitolo del libro è: “I fallimenti della libertà e il suo riscatto”. È la prima crisi della libertà di massa dell’Occidente, quella del 2008. Anche se non ci piace dircelo, e qui le persone presenti sono sicuramente molto critiche verso il modo in cui la libertà si è declinata in Occidente negli ultimi decenni, va bene, amen; il punto è che a partire dal Secondo dopoguerra, a partire dagli anni ’60-’70 sono state raggiunte quelle condizioni che i nostri antenati avevano pensato qualificassero la libertà, cioè, appunto, la liberazione dalla miseria materiale, una situazione di democrazia politica, una condizione di pluralismo culturale. Se i nostri antenati si potessero svegliare dalle loro tombe, quelli che hanno lottato per la libertà, la democrazia, i diritti, quelli che avevano in mente queste cose, avevano anche in mente che nel giorno in cui si sarebbe raggiunto un ragionevole benessere, che ci fosse stata la democrazia, che ci fosse stata la libertà di parola, ci sarebbe stata una sorta di paradiso in terra.
Ecco, noi abbiamo vissuto in quelle condizioni. Allora il problema è domandarsi perché raggiunte quelle condizioni è scoppiato ’sto casino. Perché questo vuol dire che stiamo parlando di una storia che ha avuto successo, la democrazia, il mercato, la libertà, ha avuto successo, e questa crisi che ci porta nel XXI secolo, perché con questa crisi entriamo nel XXI secolo dopo questi vent’anni che hanno fatto da cuscinetto (nel 1989 si chiude il XX secolo, nel 2008 comincia il XXI secolo).
Questa crisi fondamentalmente, profondamente, essenzialmente, è una crisi della libertà, del modo con cui in Occidente abbiamo concepito, pensato sul piano soggettivo e sul piano sistemico, il nostro aver raggiunto la libertà. Non stiamo parlando degli altri, stiamo parlando di noi. Non c’è qualche cattivo che ha fatto delle cose brutte, certo ci sono i cattivi che hanno fatto delle cose brutte, ma sono stati espressione di un certo modo di intendere quella condizione di raggiunta libertà. Perché se non partiamo da qui, secondo me, veramente non capiamo più niente. Non capiamo più niente, non capiamo neanche Berlusconi. Adesso dirò perché. Non capiamo neanche Berlusconi, così come non si capisce la finanza, perché è certo che sono delle estremizzazioni, delle patologie, certo, ma hanno quei punti, Berlusconi in Italia e la finanza sul piano internazionale, che sono, come dire, l’esito ultimo di dove una certa idea di libertà, che abbiamo coltivato, va a finire. Allora se non mettiamo in discussione quell’idea di libertà non andiamo da nessuna parte.
Allora, clamorosamente, scoppia la crisi, la crisi è un infarto, è propriamente un infarto, colpisce il cuore della finanza internazionale, Wall Street, il centro dell’economia mondiale, una cosa pazzesca, una roba incredibile, una roba che ritornando indietro fa venire la pelle d’oca, un infarto, potevamo rimanerci secchi, poteva saltar tutto per aria. Naturalmente, l’infarto sappiamo che normalmente ha delle spiegazioni rispetto alla struttura dell’organo cardiaco, alla struttura delle finanza com’è stata pensata negli ultimi vent’anni; e poi ha a che fare con gli stili di comportamento, con gli stili di vita.
Ecco, tra il 2008 e oggi abbiamo somministrato il farmaco salvavita e basta; cioè quello che abbiamo fatto tra il 2008 e oggi è aver somministrato il farmaco salvavita perché l’infarto non facesse crepare il paziente, cioè noi. E cos’è stato il farmaco salvavita? Il farmaco salvavita è stato produrre, stampare moneta. Prima la Banca Centrale americana, poi, con grande fatica… Questa cosa, pazzesca è successa anche in Europa. Di fronte all’infarto, Obama appena arrivato, nel passaggio tra Bush e lui, cosa fa? Dice: c’è la crisi, chi paga tutta questa massa di debiti? Capite, si blocca il sistema, una massa gigantesca di debiti che era stata fatta nel nome di una tecnica onnipotente… è come se voi aveste aperto l’arcano, aveste visto giù una massa di debiti, panico… allora il governo americano si riprende e dice: no, niente paura, ci sono qua io, il governo americano, lo stato americano, i cittadini americani, l’esercito americano, la storia americana, stampo moneta, 800 miliardi di dollari sparati in giro per il mondo.
Non so se ci rendiamo conto di che cosa stiamo parlando, non è che esistevano da qualche parte quei soldi lì, li hanno stampati, con la macchinetta. Guardate, è un fatto ontologico, un fatto di credere che esista la realtà o di non credere che esista la realtà, stiamo parlando di questo, di credere che esista invece che Dio, quella roba lì. 800 miliardi di dollari che sono serviti per fermare l’infarto, cioè per riaggiustare la fiducia, cioè per dire chi c’è dietro a questa massa di crediti che abbiamo fatto? Lo stato americano. Infatti, a sorpresa, perché non era previsto, questo intervento del governo americano cosa ha provocato in un sistema finanziario planetario che nel frattempo aveva visto che cosa aveva combinato nei 20 anni precedenti? Che la vicenda passa in Europa, ovviamente, e questa massa fluttuante di finanza viene in Europa e dice: paga lo stato americano, ma qui in Europa chi è che paga? Questa è stata la domanda. Chi è che paga in ultima istanza? Per cui c’è stato questo anno e mezzo pazzesco in cui i punti più fragili di una Europa nata senza un disegno politico sono stati i punti su cui questa massa finanziaria che gira per il mondo è andata a scommettere, come dire, in chiave speculativa, in realtà per guadagnare su un’eventuale disfatta dell’Euro. Per cui anche tutta la vicenda dello spread, di qua e di là, non è che improvvisamente ci siamo scoperti che noi eravamo il peggio del mondo, è che siamo stati l’epicentro di uno sconvolgimento internazionale in cui la domanda che è stata fatta all’Europa era: ma qui chi paga in ultima istanza? Per cui la contrattazione tra la BCE e la Germania, i paesi del Sud, i debiti e tutto quel casino che abbiamo visto in questo anno e mezzo fino a quando, spingendo un po’ di qui e un po’ di là, la scorsa estate Draghi ha fondamentalmente fatto questa dichiarazione per cui la BCE a certe condizioni sarebbe comunque intervenuta in ultima istanza. E guardate che in Europa abbiamo messo molta più liquidità che in America, ma perché semplicemente il problema non è quanta liquidità ci si mette dentro, il problema è un problema di fede, di fiducia.
È stato un infarto; abbiamo messo il farmaco salvavita e l’infarto si è fermato. Tutte le questioni che riguardano l’organo, che riguardano lo stile di vita sono tutte lì, ce le abbiamo tutte lì. Poi uno dice: va beh, tiriamo a campare, sono problemi troppo complicati, li affronteremo quando ci sarà il prossimo infarto. È un ragionamento che ha una sua razionalità, nel senso che siamo messi così: non lo so che cosa debbo fare, è troppo complicato. Abbiamo milioni di persone in giro come si fa, è una roba troppo complicata perché stiamo parlando di un infarto che riguarda non una singola persona, che è già una cosa complessa, ma che centinaia di milioni di persone. Non so se capite la natura dei problemi coi quali abbiamo a che fare. Abbastanza impressionanti.
Figli di questa libertà che cresce. Allora, prima di arrivare al positivo, ancora due cose.
È stato un infarto di un sistema che pretendeva, che in quei vent’anni ha pensato di poter crescere illimitatamente, cioè a prescindere dalla realtà, non sto esagerando, la realtà non c’è, c’è un sistema tecnico che si autogiustifica: questo è accaduto, è accaduto concretamente sotto i nostri occhi, per cui la finanza, che è un pezzo del sistema tecnico, non è un’altra cosa, ha introdotto una serie di sistemi per cui qualunque rischio, compreso il mutuo dato al portoricano disoccupato, chi lo pagherà? non è importante, perché quel mutuo lo rivendo a una società che mi assicura chi non pagherà il mutuo, questa società lo rivenderà a sua volta a un’altra società che… Insomma, attraverso un sistema tecnico si è pensato che qualunque rischio sarebbe stato assorbibile.
È la stessa questione dell’ambiente. Attraverso la tecnica io faccio la realtà, per cui quando si parla dei temi della bioetica, cioè quando si parla del tema della finanza, è la stessa questione, non sono due questioni diverse, è lo stesso tema: cosa ce ne facciamo della tecnica; se la tecnica si autolegittima va per conto suo, o gli esseri umani democratici (che è un bel casino) hanno qualcosa da dire a questa roba che va avanti per conto suo. Per cui, quando i signori di sinistra rompono le scatole che la chiesa si permette di fare delle domande a proposito dell’uso della tecnica sulla vita, dico: sono capitalisti allo stato puro, ecco diciamo così, perché è legittimo porre domande di senso rispetto al modo in cui la tecnica si da, è pienamente legittimo, non c’entra niente non essere liberali, non c’entra proprio niente. Naturalmente, non è che io possa imporre il mio punto di vista agli altri, ma porre domande è sacrosanto. Nella nostra cultura contemporanea l’idea è che ciò che si può fare tecnicamente è di per sé legittimo. Infatti, abbiamo visto, siamo arrivati alla crisi. La deregulation è figlia di questo pensiero, la deregulation è appunto una deregulation, lo dice la parola: regoliamo tutto perché la tecnica ci salverà. Stiamo parlando di una sorta di religione. Il primo punto è questo.
Secondo punto. Questi vent’anni di espansione ci hanno lasciato un mondo profondamente disuguale con i poveri che sono diventati sempre più poveri, il ceto medio che progressivamente si è indebolito e la ricchezza che si è concentrata. Guarda un po’! Bella sorpresa! Eravamo tutti così liberi, nessuno ha parlato più di capitalismo, l’unica cosa che succedeva è che c’è stato un grande secolo capitalistico in cui, come in altre epoche della storia, alcuni ci hanno guadagnato e molti ci hanno perso. Ma perché? Perché l’espansione ha slegato tutti i rapporti sociali, a partire dai rapporti affettivi, perché se l’espansione era l’aumento delle opportunità io mi dispongo soggettivamente a raccogliere più opportunità; stare vicino al mio amico Paolo Masciocchi mi limita e io devo andare a prendere chissà quale opportunità straordinaria… quindi, la relazione è stata concepita come una riduzione della libertà. Capite! Per questo i ragazzi non si sposano più, perché è assurdo sposarsi, impegnarsi a una fedeltà eterna. Cosa vuol dire? se la cultura dentro cui si vive è cogliere l’opportunità, io non solo non mi fido di lui ma non mi posso fidare di me, io non mi impegno in un cosa che mi riduce le possibilità future.
Guardate i film. Fino agli anni ’60 c’era la storia “e poi vissero felici e contenti”, negli anni ’70-’80 c’è stato “sì, fanno finta di essere felici e contenti” ma in realtà, sotto sotto è stata una fase cinica. A partire dagli anni ’80 e ’90 la storia è sempre quella. Uno ha una vita, neanche sfigata, normale, fa delle cose e a un certo punto track, ti capita l’esperienza più meravigliosa della vita che neanche ti immaginavi, che ti prende, come si dice in gergo giovanile, e ti fa assolutamente felice e dura 9 settimane e mezzo. Ma per forza che dura 9 settimane e mezzo, necessariamente deve durare 9 settimane e mezzo. Questo è un meccanismo di slegame, si è slegato tutto, ha prodotto sul piano sociale quella situazione che noi vediamo. Laddove ci sono le istituzioni che hanno retto un po’ di più, di meno, in un paese come l’Italia dove le istituzioni sono storicamente deboli la cosa è andata in un’altra maniera….
Terza conseguenza, la questione del senso, del significato. Questo processo di espansione produce, lascia un vuoto nella direzione della vita personale e della vita collettiva. Cosa stiamo facendo? Siamo sempre più pressati, come dire, da un sistema tecnico che ci chiede tanto, facciamo una collezione di esperienze ma alla fine dici: che cosa sto facendo? Infatti la depressione è diventata la malattia sociale di questi ultimi vent’anni. Ma capite anche perché, capite perché la depressione è la malattia sociale. Perché bisogna produrre un’energia pazzesca per star dentro a questa roba qua. Cioè, alzarsi al mattino, tirarsi in piedi e motivarsi, dici: va bene il godimento del consumo, però una, due, tre, dieci, non è che sempre poi si sta proprio così bene, perché tante volte ci si immagina delle robe ma la vita è un po’ diversa. Allora voi capite perché la depressione è veramente diventata la malattia sociale del nostro tempo, perché a un certo punto uno dice: basta non ce la faccio più, lasciatemi qua, andate dove voi volete, io sto qua.
Allora, quella crisi è una crisi economica, certo, è una crisi sociale, certo, ma è una crisi, in questo senso il buon Benedetto XVI ha perfettamente ragione, è una crisi spirituale che c’entra con la crisi spirituale della libertà di massa. Se non partiamo da lì, e non la risolviamo con il prossimo governo, beninteso, ma se non partiamo da lì, se non riusciamo a capire che di questo si sta parlando, anche le vicende più spicciole sono completamente sganciate dalla realtà.
Com’è che ne usciamo? Risposta: non ne ho la minima idea, evidentemente. Non lo so, perché se pensassi di saperlo, chiamate il 113, mi mettete la camicia di forza e mi portate direttamente al neurodeliri. La risposta è: non lo so! Dichiarato che non lo so, perché siamo dentro la storia, una storia seria, bellissima ma drammatica, non è che stiamo dentro a delle baggianate, sono cose impegnative. Quindi, dichiarato che non lo so, provo a dare un piccolo contributo, insieme a tanti altri che danno il loro contributo, perché la storia si fa così: uno porta il suo pezzettino di legno e si prova a costruire qualche cosa.
Allora, proviamo un attimo a riflettere sull’idea di libertà. Noi abbiamo concepito in questi vent’anni, soprattutto in questi vent’anni, il motore della destra: la libertà è la scelta di mercato; e c’era il motore della sinistra: ciascuno è legislatore di se stesso, decide il bene e il male per conto proprio. Questi sono stati due motori che hanno fatto finta di combattersi, in realtà andavano tutti dalla stessa parte e non è un caso che i sistemi politici si sono dispiegati in questa maniera: la destra che spingeva di qui sul lato dell’economia, la sinistra che spingeva sul lato dei diritti soggettivi e tutte e due facevano parte, a mio modo di vedere, del capitalismo tecnico-nichilista, andavano esattamente dalla stessa parte. Poi naturalmente, sia nella destra, sia nella sinistra, c’erano delle componenti diverse, non è che c’era solo questa.
Questa idea di libertà, questi due modelli hanno portato dietro un’idea di libertà assoluta, assoluta, ab soluta, vuol dire sciolta da tutto. La libertà assoluta, ce lo dice la sapienza biblica, perché di questo parla la Bibbia, la libertà assoluta va incontro all’esperienza del perdersi, cioè della perdizione; la perdizione biblica è una parola desueta che significa perdersi. È come se voi foste in mezzo al deserto e dite: siete completamente liberi. Vai! La libertà assoluta vuol dire questo. Vado, vai di qui, vai di là, non vai da nessuna parte. Il problema della libertà, che è una gran bella cosa, è questo: che la libertà in se stessa, come dire, ha il drammatico problema della perdizione, o per dirla con un’altra categoria, dell’auto-annichilimento. Cioè, non sussiste da sola la libertà, non so se capite il punto, perché se tu sei sempre libero di disfare tutto quello che hai fatto il giorno prima, alla fine non c’è più niente. Questo è un dilemma, come dire, profondo della libertà. Di cui naturalmente noi siamo figli e siamo ben orgogliosi di essere dentro a una storia di libertà, della modernità e della cristianità medioevale che è la genitrice della modernità. Ma la libertà ha questo piccolo problema, oltre al fatto che naturalmente non è che siamo proprio nel deserto, l’immagine che dovremmo utilizzare è che noi siamo dentro un mercato arabo, o dentro a un mercato di una festa patronale in cui dovremmo andare ciascuno per la propria strada, ma in realtà siamo dentro un flusso di gente che va, le bancarelle che ti chiamano, quello che dice: vieni qua… Francamente, la nostra libertà che ognuno fa quel che vuole, mi scuserete, è una presa per il culo. E questo io lo dico proprio da sociologo, perché non è che noi ci inventiamo la realtà quando ci svegliamo al mattino, cioè la realtà esiste, esiste la pubblicità, esistono i sistemi di potere, esistono i vincoli al nostro agire. E il fatto di pensare, come abbiamo pensato, che ciascuno è libero per conto suo è una follia, una follia: noi siamo liberi in rapporto a qualcun altro, a qualcos’altro e la nostra libertà ha senso rispetto a qualche punto di riferimento che liberamente possiamo darci, ma che ci deve essere personalmente e collettivamente dentro delle storie, delle culture, dei mondi.
Come raccontavo prima, l’altro giorno ero con la Chiara Saraceno che dice: “Ogni minoranza ha il diritto che il proprio diritto venga riconosciuto e la maggioranza non deve concedere il diritto alla minoranza perché questa cosa non è ammissibile”. Ma in che mondo vive la Chiara Saraceno ? Adesso mi dispiace che non è qui, ma è anche una mia lontana parente. Ma in che mondo vive ’sta Chiara Saraceno? Lo dico proprio da sociologo, ma sono proprio discorsi assurdi, per cui si è passati dall’idea del 900 in cui bisognava essere uguali dal punto di vista materiale (abbiamo capito che era un’assurdità, perché un conto è ridurre la disuguaglianza, che è una cosa a cui bisogna attenere, un conto è pensare alla società degli uguali) e siamo passati dopo che abbiamo fatto sfracelli nel ‘900 al secondo modello; visto che abbiamo capito che uguali dal punto di vista materiale non si diventa, allora diventiamo uguali dal punto di vista, diciamo così per intenderci, valoriale che è un’altra assurdità, che è il regime dell’equivalenza, cioè il niente.
Tanto per intenderci, c’è un gran pezzo della sinistra che si è infilata in questo trip, per cui abbandonata l’idea dell’uguaglianza materiale adesso siamo a questa idea assurda dell’uguaglianza dei valori. L’uguaglianza dei valori, quello che De Certeau chiamava il regime dell’equivalenza, è una cosa tanto assurda quanto il regime dell’uguaglianza materiale: un conto è dire che dobbiamo costruire una società più capace di ospitare la differenza, ma questa capacità di ospitalità sarà necessariamente limitata perché quel modello lì porta al dominio della tecnica e a una radicale individualizzazione e basta.
Bene. Allora, a tema c’è la nostra libertà, il pensiero della nostra libertà e questa crisi, che è tanto odiosa, e tanto pericolosa, e tanto dura perché naturalmente alcuni stanno pagando la crisi, mica le banche, mica i banchieri, ovviamente alcuni gruppi, alcuni ceti, alcuni mondi, alcuni territori, alcune regioni stanno pagando la crisi, come sempre succede. Allora questa crisi che è tanto odiosa, tanto dura e tanto ingiusta, ovviamente, e che ci dovrebbe spingere a un impegno concreto e immediato (noi liberi, e vediamo invece quanto la nostra libertà in realtà sia debolissima), questa crisi è, da un certo punto di vista, una benedizione perché è piena di lezioni, se la vogliamo ascoltare. E il problema, come in tutte le grandi crisi, se siamo capaci, personalmente, collettivamente, come mondi politici, come sistemi politici, di imparare la lezione che questa crisi ci sta dando, come quando l’adolescente va a sbattere contro il muro e impara la lezione, per vedere se la storia, visto che i discorsi come è noto servono a poco, ci insegna qualche cosa.
Che cosa ci insegna? Ci insegna alcune cose, tantissime cose ci insegna. Primo, che questo pensiero che abbiamo coltivato di un sistema tecnico-economico che si sgancia completamente dai radicamenti politici sociali porta al disastro. L’avevamo già visto nel ’29, per stare a esempi facili. Dopo il ’29, guardate che i paralleli storici, diciamo così, non sono impropri, a parte che il ’29 è stato figlio della Prima guerra mondiale e la Prima guerra mondiale è figlia, come dicono gli storici, della prima crisi del 1908. (1908, 1914, 1929, 1945 per cui stiamo parlando di cose pesanti, di cose di una certa rilevanza). Come allora abbiamo davanti la necessità di ricostruire una relazione tra i sistemi politico-istituzionali e i sistemi tecnico-economici, cioè di reintrodurre il tema del limite. Di questo stiamo parlando.
Perché dire che abbiamo bisogno di nuovi sistemi politico-istituzionali regolativi vuol dire introdurre il limite. Vuol dire che quella cosa lì che puoi fare come finanziere non la fai! Si potrebbe andare a 500 all’ora, andiamo a 250. Perché? Perché non ce ne frega niente di andare a 1000 all’ora e quando vai a 1000 all’ora sbatti la testa contro il muro. Ma voi capite la profondità della questione, che tocca la nostra libertà personale e che l’idea che noi conteniamo questa spinta della volontà di potenza che vogliamo essere sempre di più e che ci diamo una regola per cui non ci accontentiamo, ma comprendiamo che la nostra espansione è distruttiva, è distruttiva se lasciata a se stessa.
Quindi questo è un grandissimo tema, tema certamente politico che concretamente, per quanto ci riguarda, per passare da questi empirici pensieri alla realtà, significa Europa. O facciamo l’Europa, o questa regione del mondo è destinata a sparire. L’alternativa, per quanto riguarda il continente, è la germanizzazione, la subordinata, perché l’unico pezzo che sta in piedi è la Germania, noi diventeremo una provincia della Germania: la subordinata è questa. Cioè non è che diventiamo un’altra roba perché la Germania, che nel frattempo si era unificata, ha acquisito una certa forza, ha una stazza che forse sta anche nel quadro internazionale per conto proprio. Quindi, per quanto ci riguarda, come De Gasperi insegnava quando diceva che per l’Italia l’Europa è un interesse primario per la difesa dei propri interessi, intendeva proprio questo. Per noi italiani l’unica possibilità di fare un passo in avanti oltre questa fase di unità dello stato nazionale isolato, è la partecipazione alla costruzione dell’Europa, di costruire intorno alla Germania, di creare il consenso insieme agli altri paesi e contrattare insieme alla Germania la nascita di un’Europa politica, unita che stia al mondo per dire qualche cosa. Al mondo.
Questo è un grandissimo tema da XXI secolo. Non si tratta di andare indietro, si tratta di andare avanti, non si tratta di tornare al 1° Settembre 2008: primo, non è possibile; secondo, non è desiderabile. Per quanto mi riguarda, il problema è che bisogna andare avanti. E la prima cosa da guardare è che bisogna assolutamente, forzati dalla crisi, come nella storia spesso succede, fare dei passi in avanti decisi, perché se non li facciamo adesso non li facciamo più, nella direzione dell’Europa. Abbiamo fatto ’sto cavolo di Euro, l’Euro ha mille problemi, la crisi del sud Europa c’entra con l’Euro, lo vede anche un cieco, non sono con Berlusconi, tanto per intenderci, anche se Berlusconi ha delle gravissime responsabilità, bisogna ricontrattare tutto quanto in Europa nella prospettiva di una costruzione politica che vada al di là dell’Euro.
Speriamo, c’è un nuovo governo francese, speriamo di avere un nuovo governo italiano, ci sarà un nuovo governo tedesco, l’anno prossimo ci sono le elezioni europee… Signori, qui si fa un pezzo di storia, quando bisogna farla? Mica tra 50 anni! Ci sono delle urgenze, delle urgenze concrete, delle fasi storiche che sono lì; se qualcuno le sfrutterà bene, se no amen, la storia va avanti e non ci aspetta. Quindi, questo è un primo tema. Naturalmente, per quanto ci riguarda se riusciamo a mettere a posto un po’ l’Italia in maniera tale che l’Italia messa un po’ a posto dal punto di vista politico, dal punto di vista economico, dal punto di vista sociale, questo è un bene, perché un’Italia un po’ più solida è un po’ più credibile e può essere un attore importante nella costruzione dell’Europa. Quindi le due cose si tengono: rimettere a posto l’Italia non ha senso solo in se stesso oggi, ha senso solo perchè un’Italia più forte può essere un soggetto importante nella costruzione dell’Europa.
Questo indica già, per quanto mi riguarda, chiaramente alcune posizioni, diciamo così, anche in questa campagna elettorale. Detto però che la questione che c’è dietro l’Euro è una questione vera, che deve essere ricontrattata la partita, perché così tutto il sud Europa muore, semplicemente muore. È come se voi prendete, per fare un esempio, il ragazzino che viene dalla media completamente scassata e lo mettete al liceo classico a fare latino e greco: prende tutti 3. Va bene, ma che scoperta! Scusate, adesso la professoressa dice: deve studiare…Va bene, studierà anche, ma bisogna creare uno scivolo, se deve studiare e piglia tutti 3 lo si boccia ed è finita la questione. Capite l’esempio? Cioè, come dire, tra la severità tedesca e la dabbenaggine del sud Europa bisogna trovare un punto di convergenza ragionevole perché se no è chiaro che non si va da nessuna parte e l’Europa salta per aria.
Questo è un primo tema che più profondamente ha a che fare… dobbiamo rifare quello che Keynes fece cent’anni fa, cioè rilegare l’economia con la società, questo fece Keynes dopo il ’29, questo dobbiamo fare nei prossimi anni. Dobbiamo rilegare l’economia con la società, l’economia con assetti politico-istituzionali sociali che costringano quella macchina potente che è l’economia a servire le persone, le collettività, le comunità e non andare per la tangente come è andata in questi 20 anni. La storia del capitalismo è fatta di fasi espansive e poi del tentativo di ristabilire una relazione tra la macchina capitalistica e il mondo in cui le persone vivono.
Quindi questo è un primo tema, un primo tema fondamentale: rilegare, riscrivere alleanze. Lo dico con un’immagine. È come se si fosse creato un grande mare della tecnica planetaria in questi trent’anni. Sopravviveranno quei luoghi, quelle comunità, quelle organizzazioni, quei territori che sapranno, stringendo nuove alleanze, fare emergere la terra umana nel mare della tecnica planetaria. Questo bisogna fare. La terra degli uomini nasce se stringeremo alleanze, il che vuol dire renderci conto che per conto proprio.. ci vuole il contributo di tutti, ma ognuno per conto suo si va tutti a morire, come si fa quando la guerra è in trincea: cosa vuoi andar lì con la baionetta, sì, c’è il carro armato, ma dico ma sei scemo! Ma stai tranquillo, mettiamoci qui. Cerchiamo di fare qualcosa insieme. Sopravviveranno quei territori, quelle comunità, quelle organizzazioni che sapranno stringere alleanze per stare in rapporto al grande mare della tecnica che si è formato alla fine del XX secolo.
Anche qui faccio un accenno alla politica. Stiamo parlando di Lega all’incontrario: si tratta di fare lega, ma non per richiudersi, perché il movimento è giusto, solo che viene praticato all’incontrario, si tratta di fare lega, ma di fare lega per avere qualcosa da offrire agli altri, per essere interessanti per tutto ciò che gira per il pianeta, per produrre valore che è il secondo passaggio.
Quindi, bisogna rilegare in relazione e non in opposizione, secondo passaggio, poi vado verso la conclusione, bisogna passare da un’idea che è stata centrata, come ho detto prima, sul consumo; abbiamo avuto la stagione di un’economia basata sul lavoro, che erano i nostri padri, erano lavoratori; poi a partire dal dopo guerra il capitalismo ha fatto un passo in avanti e siamo diventati consumatori; eravamo operai, eravamo impiegati, ma un po’ per volta il baricentro si è spostato sul fatto che l’economia viveva del consumo. Quando siamo passati dall’età del lavoro all’età del consumo non è che abbiamo smesso di lavorare, abbiamo continuato a lavorare, semplicemente il centro dell’economia si spostato dal lavoro al consumo.
Bene, adesso dobbiamo fare un altro passaggio: continueremo a lavorare, continueremo a consumare, ma dobbiamo far nascere un’economia centrata sulla produzione di valore. Cosa vuol dire un’economia centrata sulla produzione di valore? La parola valore è straordinaria perché valore, valore economico, far soldi, per cui questa bottiglietta ha un valore perché il signore Nestlè va a prendere l’acqua in montagna, la imbottiglia, la distribuisce, vende una bottiglietta a 1 Euro e convince tanti consumatori a mettere lì il loro Euro e c’è uno scambio: io dico questa bottiglia vale un Euro, ti do questo mio Euro, faccio una scelta e questo è il modo attraverso cui l’economia stabilisce i valori. L’economia c’entra con i valori. Questo è il valore economico.
Dopo abbiamo imparato a dire che ci sono i valori. La pace, la fratellanza, la giustizia, i valori. Quasi sempre e sempre di più drammaticamente retoriche. Devo dire che, come figlio degli anni ’60, già da ragazzino sviluppai, come penso tutti quelli della mia generazione ma ancora di più quelli che sono venuti dopo, una certa antipatia verso quelli che parlano di valori, perché normalmente quelli che parlano di valori usano la retorica del valore e poi dopo dietro, diciamo così… che è il primo nichilismo. Signori, il nichilismo si afferma nella storia perché se tu usi una parola valore e poi pratichi il contrario distruggi quel valore; l’origine del nichilismo è questa, è usare una parola e non farla seguire dai fatti, distruggi quella parola, è chiaro?, quella parola è vuota.
Ecco, cosa significa passare a una economia che produce valori? Non si possono rimettere insieme, in 5 minuti, i valori e il valore perché non ce la facciamo, per tante ragioni storiche le abbiamo separate e non è che le mettiamo insieme facendo… non ce la facciamo. Però, questa crisi ci dice, in Italia e in Europa questa cosa è evidente, che se noi continuiamo a pensare a un’economia del consumo, questa economia va a fondo chiaramente, perché il consumo in un certo senso distrugge valore, distrugge i valori e distrugge anche il valore economico. Il nostro debito pubblico è figlio di questa cultura, in un paese che non ha investito sul suo futuro il debito pubblico è stato il galleggiante prima e poi, come dire, la zavorra che ti tira giù. Produrre valore significa che una comunità, un’impresa, un territorio si intende su alcune priorità, fissa delle priorità e investe con riferimento a quelle priorità.
Esempio: la scuola è un costo o un investimento? C’è una bella differenza. Se è un costo lo tagli, se è un investimento ci metti le risorse ed è ovvio che se devi mettere le risorse lì devi rinunciare a qualche cos’altro e non fai aumentare il debito pubblico, tanto per intenderci. Ma se ci intendiamo che per investire sulle persone, sui nostri figli, sui nostri giovani è una priorità di valore, ci mettiamo le risorse anche economiche, strumentali e la nostra economia cresce. Naturalmente, questo vuol dire mettere in discussione il corpo insegnanti, le sue regole e tante cose. Il welfare è un costo o un valore? Anche su questo dobbiamo metterci d’accordo, se è un costo o un valore, discuterne in che senso è un valore. Pensate: adesso abbiamo le elezioni regionali, quindi io vi consiglio di votare Johnny Dotti. Johnny, lo dico per inciso perché parlo di sanità, è un carissimo amico, viene dal mondo della cooperazione e molti lo conosceranno ed è candidato nella lista Ambrosoli e credo che se Ambrosoli dovesse riuscire a ereditare Formigoni, Johnny potrebbe avere un ruolo importante anche perché con lui abbiamo fatto tante cose insieme. Il punto che dico è sulla sanità, perché lui si occupa di questi temi, pensate alla sanità, un problema gigantesco…Perché è un problema gigantesco? Perché tutti noi, che anche qui ci sono molte persone che hanno una certa età, la vita si allunga e questo è un bene, e la domanda di sanità funziona che più sanità c’è, più domanda c’è. 
Torno al discorso di prima della tecnica, e c’entra la religione, perché è chiaro che noi siamo in una cultura per cui la tecnica, che passa anche attraverso la sanità, ti dice che lei ti salverà, che gli ospedali tendono a diventare dei grandi apparati tecnici in cui tu entri e ti mettono a posto tutto. Ma qui siamo in un ambiente anche di matrice cattolica, la malattia, lo star male, l’invecchiare sono rimosse dalla nostra cultura, la domanda che abbiamo sviluppato è: io ho il diritto a vivere fino a 120 anni in perfetta forma e non rompetemi le scatole. Allora, guardate, questa roba sarà ingestibile dal punto di vista economico in una prospettiva di solidarietà come il welfare si porta dietro. Già adesso in Lombardia abbiamo un problema drammatico: il carico, usiamo la parola tra virgolette, il carico dei nostri anziani non autosufficienti, se lo prendete solo dal punto di vista economico è una cosa insostenibile. Allora cosa facciamo? È chiaro che, non possiamo adesso affrontare il punto, ma è chiaro che dobbiamo metterci d’accordo in termini di valore: la parte collettiva di questo elemento che chiamiamo sanità cosa deve riguardare? Perché se la domanda di sanità è un diritto individuale, indistintamente detto, finirà che i ricchi si compreranno una sanità infinita e i poveri si prenderanno le briciole, finirà così. Sicuramente, finirà così, perché se tu hai i soldi e se tu puoi acquistarti una tecnica sanitaria che fa campare 10 anni, te ne freghi del tuo vicino di casa, te ne freghi, perché in mezzo c’è una cosa importante che si chiama vita.
Cosa sto dicendo? Sto dicendo che naturalmente anche un pezzo di economia passerà di lì: in America il 20% del PIL è sanità e in Italia siamo intorno al 12%, e questa quota è destinata ad aumentare. Non so se mi sto spiegando, se capite il punto, cioè con implicazioni antropologiche gigantesche perché nel prossimo secolo, il XXI, la tecnica si applicherà sempre più decisamente al nostro corpo. La tecnica si applicherà sempre più decisamente al nostro corpo e questo apre questioni enormi per cui io, figurarsi, sono il primo a dire che bisogna difendere il welfare, ma difendere il welfare vuol dire porsi domande rispetto ai problemi che abbiamo e, come dice Malraux, lo scrittore francese, “custodire la tradizione non è adorare le ceneri, ma trasmettere il fuoco”. Per cui, chi vuole preservare il welfare, cioè un sistema di protezione universale che ci renda comuni e che dia valore alla singola persona umana (in questo senso il welfare esiste solo in Europa perché l’Europa è cristiana e non per un’altra ragione), deve porsi delle domande e non semplicemente dire che bisogna conservare quello che esisteva, perché ciò che esisteva sarà, come in parte già lo è, travolto.
Allora, torniamo al punto: produrre valore. Produrre valore riguarda anche l’artigiano. Cioè se l’artigiano oggi non produce valore, cioè non investe nella ricerca, non si lega con quelli più bravi, non fa crescere i suoi dipendenti e non produce qualche cosa che ha significato, senso, bellezza, non va da nessuna parte. Ci sarebbero tante altre cose da dire.
Riassumo tutto questo e chiudo veramente con questa parola che mi è molto cara, che è diventata molto cara e che è già stata richiamata e che è: passare da una libertà dissipativa, consumativa, a una libertà generativa. Perché uso la parola generatività, adesso vi risparmio, faccio solo riferimento a questa cosa: che in una società come la nostra in cui anche il ciclo della generatività biologica si riduce, una volta le persone erano bambine, crescevano, mettevano al mondo figli, morivano… invece adesso le condizioni di vita sono tali per cui anche il momento della generatività biologica, per cui abbiamo procreato meno figli, è quasi una parentesi della vita, c’è una fase di vita prima e c’è una lunga fase di vita dopo. E si pone un problema, come dire, il tema della generatività ha a che fare con il mettere al mondo. Perché dico questa cosa? Perché ho detto prima che il consumo tocca delle corde profonde e allora se noi non mettiamo in campo qualcosa di veramente profondo non ce la facciamo. Non si tratta di opporsi al consumo, si tratta di sviluppare, capire che la nostra libertà non si può ridurre a quell’atto lì e che in quanto liberi noi possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma alla fine la nostra libertà è chiamata a giocarsi per qualche cosa, per qualche valore che si mette al mondo, che sia un’impresa se sei un artigiano facendo le cose in una certa maniera, che sia un’associazione di volontariato, che sia il circolo Dossetti, che sia far crescere i tuoi allievi se sei un professore, far tirar su i tuoi figli se sei un genitore, la generatività vuol dire che noi abbiamo bisogno di persone, cittadini che partecipano alla produzione del bene, che il nostro essere cittadini non riguarda solo il momento del voto, che noi abbiamo il diritto e il dovere di partecipare alla produzione del bene, ciascuno per un suo frammento. E che le democrazie non possono vivere, attraverseranno decenni di sventura se noi cittadini delle democrazie avanzate non ci assumiamo più pienamente questa responsabilità dell’essere generatori di valore plurale e che offriamo, diciamo così, alla comunità realizzando una parte di noi stessi. Per questo parlo di generatività, perché la generatività ha a che fare con quell’esperienza antropologica fondamentale del mettere al mondo. Noi abbiamo bisogno di mettere al mondo, e non mettiamo più al mondo solo figli, mettiamo al mondo, o possiamo mettere al mondo tante altre cose. Alcune cose, qualcosa che merita la nostra vita, cioè che ha valore e questo è anche il vero antidoto al nichilismo. Perché il nichilismo non si batte solo non facendo prediche sui valori che producono nichilismo, ma il nichilismo si batte solo nell’esperienza drammatica che noi facciamo come moderni di scoprire che o nella vita non c’è niente, pensiero che molti coltivano, oppure che c’è qualcosa che vale e che noi contribuiamo a incarnare.

MESSAGGIO di PASQUA - di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero, buona Pasqua! Che grande gioia per me potervi dare questo annuncio: Cristo è risorto! Vorrei che giungesse in ogni casa, in ogni famiglia, specialmente dove c’è più sofferenza, negli ospedali, nelle carceri…
Soprattutto vorrei che giungesse a tutti i cuori, perché è lì che Dio vuole seminare questa Buona Notizia: Gesù è risorto, c’è speranza per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto l’amore, ha vinto la misericordia! Sempre vince la misericordia di Dio.
Anche noi, come le donne discepole di Gesù, che andarono al sepolcro e lo trovarono vuoto, possiamo domandarci che senso abbia questo avvenimento (cfr Lc 24,4). Che cosa significa che Gesù è risorto? Significa che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore. Questo può farlo l'amore di Dio.
Questo stesso amore per cui il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è andato fino in fondo nella via dell’umiltà e del dono di sé, fino agli inferi, all’abisso della separazione da Dio, questo stesso amore misericordioso ha inondato di luce il corpo morto di Gesù e lo ha trasfigurato, lo ha fatto passare nella vita eterna. Gesù non è tornato alla vita di prima, alla vita terrena, ma è entrato nella vita gloriosa di Dio e ci è entrato con la nostra umanità, ci ha aperto ad un futuro di speranza.
Ecco che cos’è la Pasqua: è l’esodo, il passaggio dell’uomo dalla schiavitù del peccato, del male alla libertà dell’amore, del bene. Perché Dio è vita, solo vita, e la sua gloria, siamo noi, è l’uomo vivente (cfr Ireneo, Adversus haereses, 4,20,5-7).
Cari fratelli e sorelle, Cristo è morto e risorto una volta per sempre e per tutti, ma la forza della Risurrezione, questo passaggio dalla schiavitù del male alla libertà del bene, deve attuarsi in ogni tempo, negli spazi concreti della nostra esistenza, nella nostra vita di ogni giorno. Quanti deserti, anche oggi, l’essere umano deve attraversare! Soprattutto il deserto che c’è dentro di lui, quando manca l’amore per Dio e per il prossimo, quando manca la consapevolezza di essere custode di tutto ciò che il Creatore ci ha donato e ci dona. Ma la misericordia di Dio può far fiorire anche la terra più arida, può ridare vita alle ossa inaridite (cfr Ez 37,1-14).
Allora, ecco l’invito che rivolgo a tutti: accogliamo la grazia della Risurrezione di Cristo! Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra, custodire tutto il creato e far fiorire la giustizia e la pace.
E così domandiamo a Gesù risorto, che trasforma la morte in vita, di mutare l’odio in amore, la vendetta in perdono, la guerra in pace. Sì, Cristo è la nostra pace e attraverso di Lui imploriamo pace per il mondo intero. 
Pace per il Medio Oriente, in particolare tra Israeliani e Palestinesi, che faticano a trovare la strada della concordia, affinché riprendano con coraggio e disponibilità i negoziati per porre fine a un conflitto che dura ormai da troppo tempo. Pace in Iraq, perché cessi definitivamente ogni violenza, e, soprattutto, per l’amata Siria, per la sua popolazione ferita dal conflitto e per i numerosi profughi, che attendono aiuto e consolazione. Quanto sangue è stato versato! E quante sofferenze dovranno essere ancora inflitte prima che si riesca a trovare una soluzione politica alla crisi? 
Pace per l’Africa, ancora teatro di sanguinosi conflitti. In Mali, affinché ritrovi unità e stabilità; e in Nigeria, dove purtroppo non cessano gli attentati, che minacciano gravemente la vita di tanti innocenti, e dove non poche persone, anche bambini, sono tenuti in ostaggio da gruppi terroristici. Pace nell’est della Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centroafricana, dove in molti sono costretti a lasciare le proprie case e vivono ancora nella paura.
Pace in Asia, soprattutto nella Penisola coreana, perché si superino le divergenze e maturi un rinnovato spirito di riconciliazione.
Pace a tutto il mondo, ancora così diviso dall’avidità di chi cerca facili guadagni, ferito dall’egoismo che minaccia la vita umana e la famiglia, egoismo che continua la tratta di persone, la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo (...) Pace a tutto il mondo, dilaniato dalla violenza legata al narcotraffico e dallo sfruttamento iniquo delle risorse naturali! Pace a questa nostra Terra! Gesù risorto porti conforto a chi è vittima delle calamità naturali e ci renda custodi responsabili del creato.
Cari fratelli e sorelle, a tutti voi che mi ascoltate da Roma e da ogni parte del mondo, rivolgo l’invito del Salmo: «Rendete grazie al Signore perché è buono, / perché il suo amore è per sempre. / Dica Israele: / “Il suo amore è per sempre”» (Sal 117,1-2).
Cari fratelli e sorelle giunti da ogni parte del mondo in questa piazza, cuore della cristianità, e tutti voi che siete collegati attraverso i mezzi di comunicazione, rinnovo il mio augurio: Buona Pasqua! Portate nelle vostre famiglie e nei vostri Paesi il messaggio di gioia, di speranza e di pace che ogni anno, in questo giorno, si rinnova con forza: il Signore risorto, vincitore del peccato e della morte, sia di sostegno a tutti, specie ai più deboli e bisognosi. Grazie per la vostra presenza e per la testimonianza della vostra fede. Un pensiero è un grazie particolare per il dono dei bellissimi fiori che provengono dai Paesi Bassi. A tutti ripeto con affetto: Cristo risorto guidi tutti voi e l’intera umanità su sentieri di giustizia, di amore e di pace.

NEL NATALE DI GESU'. I GIOVANI

1) Nel Natale di Gesù si ricorda un Bambino, lo si venera, ha la massima riverenza, "si diventa più buoni"! L'augurio per i "navigatori" vuole significare l'attenzione sui bambini-giovani, sui quali grava l'ipoteca del futuro. Andando a ritroso, mi sovviene lo scrittore latino Decimo Giunio Giovenale (55-130 d.C.). Così descrive (14^ satira "pedagogica") la famiglia, con fanciulli: un tempio . "Nulla che sia turpe a dirsi e a farsi e a vedersi tocchi queste soglie, dentro le quali c'è un padre: lontano da qui, ah lontano le giovani disoneste, e il canto del parassita che fa della notte il giorno!" "Maxima debetur puero reverentia". Sono versi celebri, che da soli valgono un trattato di pedagogia.

2) Il Bambino / i giovani: è il centro del dibattito della società odierna, in piena crisi di identità, carente di futuro. Molte sono le ricette in soccorso del "Malato-giovane", una viene reiterata con regolarità quasi asfissiante: il futuro dipende da voi.

3) A un insegnante fu chiesto: "Come hai fatto a capire che quella è la strada per te?" Perché ti sei giocato l'intera vita". Si può morire restando vivi! Si muore in molti modi; il più diffuso è la solitudine, causata dall'assenza di possibilità. Manca l'interlocutore a cui poter raccontare. Forse alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di interlocutore. Il mondo adulto, che dovrebbe ascoltare, giudica la loro vita assurda, prima ancora di potere esprimersi. Si muore giovani non perché "cari agli dei", ma perché da loro disprezzati, per mancanza di sguardo.
La gioia di vivere non dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo con fedeltà, sulla base dei "talenti" ricevuti, dei propri limiti. A ciascuno il proprio compito. A Delfi, sul tempio di Apollo, è scritto: "Conosci te stesso". L'attuale crisi, più che economica, è "crisi di identità". Ciascuno dentro di sé sa che qualcosa prefigura il ruolo personale; non in modo esplicito, ma con piccoli segni che tutti possono decodificare: un film, un libro, un incontro, un fatto . A ciascuno è affidato il proprio futuro. Essere coscienti di questo genera gioia di vivere,

4) Quando un adolescente cerca di spiegare la sua vita, sente il bisogno di essere ascoltato. Se trova riscontro è felice, perché percepisce di esser amato, capito, accolto. Questo ai giovani non può essere tolto, diversamente si sentono privi di spazio.
I giovani chiedono riconoscimento, sguardo, che non giudichi la loro vita prima di essere vissuta. Chiedono: "Aiutateci ad essere noi stessi". Essi sono bramosi di questo ascolto. Non desiderano che gli adulti interpretino le loro problematiche. Questa fame di futuro è stordita dalla sazietà di benessere, da cui si sentono accerchiati. "Se non ho fame di futuro, il mio presente sparisce". Ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi per attuarlo. Se sonnecchio, sarà brusco il risveglio e digerire l'eccesso di "portate", di cui vengo ingozzato. Riferisce Alessandro D'Avenia: "A 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante, perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irreprensibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la mia vita ai ragazzi, perché il mio professore di religion
e, Padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose. A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io, che li mandavo a quel paese, come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere se stessi, ma che essere se stessi è il successo". Una lunga citazione per dimostrare il veleno della società, che lavora per produrre, comprare, consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere. Se fosse il successo il criterio nell'agire, si rimarrebbe prigionieri di un destino crudele. Ciò che rende felici è realizzare se stessi indipendentemente dal riconoscimento altrui. Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.

5) La crisi non ha rubato il futuro. Essa deve rendere più famelici, occorre non accontentarsi del benessere. Il futuro è rubato ai giovani dagli adulti, che non si degnano di uno sguardo, che occupano posti di potere e si disinteressano del bene comune, che frappongono una diga per l'ingresso di nuove leve nel lavoro, che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva, passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata alla sera tardi, una moglie stanca, dopo una giornata infernale, è più importante di una partita di calcio, un alunno è più del suo 4 o del suo 8.

6) Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire. Afferma lo scrittore sopracitato: "In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli altri e a non pensare di essere al centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto la mia vocazione".
Lo aveva scritto in pochi versi Dante, quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse. "Se tu segui tua stella / non puoi fallire e a glorioso porto / se ben m'accorsi ne la vita bella / e s'io non fossi sì per tempo morto / veggendo il cielo a te così benigno / dato l'avrei a l'opera conforto" (Inferno, Canto 15; vv. 55-60).

Post scriptum: le suggestioni riportate sono dovute all'autore su menzionato.
La sintesi sia beneaugurate per le prossime festività.

Don Carlo Venturin nel Santo Natale di Gesù

Giovani: ALCOL e droghe nella provincia di Pesaro e Urbino

(qui riportiamo solo una parte del "rapporto")

Sono migliaia i ragazzi che in ogni fine settimana di tutto l’anno e nelle sere d’estate quando si è più liberi dall’impegno scolastico, si riversano nelle zone di divertimento (locali e discoteche stanno chiaramente al primo posto) in cerca di divertimento e distrazioni.
Troppo spesso le cronache parlano di arresti, denunce, incidenti causati da alcol e droghe. Come nel caso della notte bianca fanese in cui una quindicenne residente nella valle del Metauro è stata stuprata da tre giovani di Città di Castello (PG) in vacanza in città assieme ai loro genitori.
Il tema dello sballo e del divertimento in cui alcol e droghe sono spesso protagonisti delle serate e dovrebbe essere motivo di riflessione per giovani ma anche per adulti.
Una interessante indagine condotta dall’Asur e coordinata dal Dottor Massimo Agostini, direttore del Dipartimento di Prevenzione ASUR – ZT 3 Fano, ha coinvolto gli studenti delle classi IV delle Scuole Superiori della provincia di Pesaro e Urbino per indagare i loro stili di vita in merito al consumo di tabacco, alcol e sostanze ad azione psicotropa. In totale sono stati coinvolti oltre 2.400 ragazzi, di cui 700 della zona territoriale di Fano.

Per quanto riguarda l’uso di alcolici è sempre più frequente tra giovani e adulti, la tendenza a “bere per ubriacarsi”, spesso consumando più bevande alcoliche in un breve intervallo di tempo (binge drinking), purtroppo seguendo stili dettati dalle mode.
Per quanto riguarda l’uso di sostanze stupefacenti, la cannabis è la sostanza più diffusa tra i giovani intervistati. Dei ragazzi che ne dichiarano l’uso, la maggior parte si sono fermati dopo una prima sperimentazione della sostanza mentre un ragazzo su cinque ne fa ancora un uso saltuario. La metà dei ragazzi dopo una prima sperimentazione della sostanza, ha consolidato tale abitudine attuandone un uso ripetuto nel tempo. Se si parla invece di assunzione di cocaina i maschi hanno sperimentato la sostanza con una frequenza doppia rispetto alle coetanee femmine. Inversamente alle altre sostanze psicotrope, la percentuale degli adolescenti che hanno sperimentato la sostanza sale progressivamente con l’età, portando un ragazzo su due ad assumere cocaina per la prima volta a una età maggiore di 16 anni. L’uso di cocaina, contrariamente alle altre sostanze, ha una frequenza minore di consumo. Il consumo di ecstasy e di altre sostanze eccitanti coinvolge il 5% del campione analizzato corrispondente. La maggior parte dei ragazzi dichiara di aver sperimentato le sostanze a 17 anni, più precoce risulta essere l’iniziazione per le ragazze che avviene nella maggioranza dei casi all’età di 16 anni. Oltre un ragazzo su dieci utilizza ripetutamente ecstasy o altre sostanze eccitanti. Infine, l’1% del campione dichiara di aver sperimentato l’uso di eroina.
Dall’analisi dei dati provinciali si riscontra una forte associazione tra le varie sostanze, in particolare è necessario sottolineare come l’uso di cannabis non sia quasi più un “mono-uso” ma venga spesso associato anche con cocaina, ecstasy ed eroina.
Un dato su tutti per concludere: si rileva una forte associazione tra l’abuso di alcol (binge drinking) e il consumo di altre sostanze psicoattive quali cannabis, cocaina, ecstasy ed eroina. Infatti, il 59% dei ragazzi che hanno consumato almeno 5 bevande alcoliche nell’arco di 2 ore dichiara di consumare anche cannabis, il 13% anche cocaina, il 10% anche ecstasy e infine l’1,70% anche eroina.
Ma vediamo il rapporto nel dettaglio.
L’indagine vede come obiettivo principale gli stili di vita correlati ad otto aree fondamentali della vita dei giovani e della loro salute, quali:
1. sicurezza stradale;
2. consumo di tabacco;
3. consumo di alcol;
4. consumo di sostanze ad azione psicotropa;
5. utilizzo di sostanze dopanti;
6. comportamenti sessuali che possono portare ad avere gravidanze indesiderate o a contrarre malattie trasmissibili per via sessuale;
7. pratica dell’attività fisica e sportiva;
8. attività svolte nel tempo libero.
È stato posto un questionario di 50 domande, prevalentemente chiuse, alcune delle quali prevedevano una sola risposta, altre più di una. Tale questionario è stato precedentemente testato in una classe di Fano per verificarne i tempi di somministrazione e la chiarezza delle domande.
Il personale sanitario, al fine di evitare qualsiasi condizionamento delle risposte ha preferito operare in assenza degli insegnanti. Il questionario, anonimo, compilato dagli studenti è stato restituito dagli stessi in busta sigillata.
L’indagine ha interessato la totalità delle Scuole Secondarie di secondo grado presenti sul territorio della Provincia di Pesaro e Urbino.

STILI DI VITA DEI GIOVANI NELLA PROVINCIA DI PESARO-URBINO

Caratteristiche della popolazione
La ricerca sugli stili di vita non è stata effettuata con l’usuale metodo statistico a campione ma ha coinvolto tutti gli studenti iscritti alle classi IV nell’anno scolastico 2008/2009 (52% di femmine e 48% di maschi) per un totale di 2.421 questionari compilati correttamente.
Tra gli adolescenti del campione esaminato l’85,2% non ha mai ripetuto l’anno scolastico, il 12,8% ha ripetuto una volta, il 2% ha ripetuto due o più volte.
Assunzione di alcolici
In Italia il consumo di bevande alcoliche e in particolare del vino è una consuetudine alimentare e sociale molto diffusa che fa parte di una tradizione culturale ben radicata. A questa, negli ultimi anni, si sono aggiunti modelli del bere ispirati a una cultura emergente che vede il consumo di bevande alcoliche al di fuori dei pasti e la mancata moderazione come cardini di uno stile di vita ben diverso da quello tradizionale mediterraneo. Tra giovani e adulti, si evidenzia sempre più la tendenza a “bere per ubriacarsi”, spesso consumando più bevande alcoliche in un breve intervallo di tempo (binge drinking), attraverso modelli di comportamento che appaiono sempre più normalizzati dalle mode, dalla pubblicità, dalle tendenze culturali provenienti dai Paesi dell’Europa settentrionale. Tali comportamenti influenzano in particolare i giovani, sicuramente più esposti al rischio di consumo di bevande alcoliche considerate “trendy” ma dal tasso alcolico elevato (cocktail, alcopops, ready to drink). Gli studi scientifici evidenziano che le problematiche alcol correlate sono, dal punto di vista epidemiologico, solo in parte attribuibili alla dipendenza e che una vasta porzione del carico di disabilità e malattia sono legate al consumo rischioso di bevande alcoliche. L’alcol è uno dei principali fattori di rischio per la salute dell’uomo e risulta essere la principale causa di cirrosi epatica e la terza causa di mortalità prematura in Europa, oltre ad essere causa di 60 malattie e condizioni patologiche, incluso il cancro.
Un comportamento a rischio è quello relativo all’abitudine (anche occasionale) di concentrare grandi quantità di alcol in un tempo limitato: il cosiddetto binge drinking.
Nello studio l’89% (pari a 2.160 ragazzi) dichiara di aver bevuto alcolici nell’arco della vita, i maschi (92%) risultano avere un’abitudine al bere maggiore rispetto alle femmine (86,7%), nonostante l’ampia diffusione dell’abitudine al consumo di bevande alcoliche, il dato risulta comunque inferiore rispetto alla media nazionale e regionale (94,4%).
L’età di prima sperimentazione per il 12% del campione è inferiore ai 13 anni, per il 36% tra i 13 e i 14 anni, per il 45% dei ragazzi (la maggioranza) tra i 15 e i 16 anni e infine il 6% a una età maggiore di 17 anni.

Tra femmine e maschi si notano differenze significative rispetto al consumo di alcolici negli ultimi 30 giorni, nel sesso femminile il consumo di alcolici è più frequente rispetto al sesso maschile nei consumi leggeri (da 1 a 5 volte al mese) men-tre l’abitudine al consumo regolare di alcolici risulta maggiore tra i ragazzi (da 6 a più volte al mese).

Il 41,6% dei ragazzi riferisce di aver avuto almeno una volta negli ultimi trenta giorni un comportamento da “abbuffata alcolica” (binge drinking).
Nel consumo “binge” i maschi risultano più propensi rispetto alle femmine; in tale tipologia di consumo l’obiettivo correlato è il raggiungimento dello “sballo alcolico”, il quale risulta maggiore tra coloro che fumano regolarmente.

E TU ... come SEI MESSO ?

MESSAGGIO del Papa per la GMG 2012
«Giovani, siate sempre lieti nel Signore»

“In un mondo spesso segnato da tristezza e inquietudini”, la gioia “è una testimonianza importante della bellezza e dell’affidabilità della fede cristiana”. Lo scrive Benedetto XVI nel messaggio per la XXVII Giornata mondiale della gioventù che si celebra il 1° aprile, Domenica delle Palme, sul tema: “Siate sempre lieti nel Signore!” (Fil 4).

 “Nel difficile contesto attuale - osserva il Papa nel messaggio (clicca qui) - tanti giovani intorno a voi hanno un immenso bisogno di sentire che il messaggio cristiano è un messaggio di gioia e di speranza”. Di qui l’invito, rivolto ai giovani, ad “essere missionari della gioia”, perché “non si può essere felici se gli altri non lo sono: la gioia deve essere condivisa”. “Andate a raccontare agli altri giovani la vostra gioia di aver trovato quel tesoro prezioso che è Gesù stesso” è l’appello del Papa, che nella parte centrale del messaggio fa notare come “per vivere la vera gioia occorre identificare le tentazioni che la allontanano”. “La cultura attuale - denuncia Benedetto XVI - induce spesso a cercare traguardi, realizzazioni e piaceri immediati, favorendo più l’incostanza che la perseveranza nella fatica e la fedeltà agli impegni. I messaggi che ricevete spingono ad entrare nella logica del consumo, prospettando felicità artificiali”. Ma “l’esperienza insegna - l’obiezione del Papa - che l’avere non coincide con la gioia”.

“Vi sono tante persone che, pur avendo beni materiali in abbondanza - spiega il Pontefice - sono spesso afflitte dalla disperazione, dalla tristezza e sentono un vuoto nella vita. Per rimanere nella gioia, siamo chiamati a vivere nell’amore e nella verità, a vivere in Dio”. Citando Pier Giorgio Frassati e Chiara Badano, Benedetto XVI ricorda come le loro “semplici testimonianze” dimostrano che “il cristiano autentico non è mai disperato e triste, anche davanti alle prove più dure”, e che “la gioia cristiana non è una fuga dalla realtà, ma una forza soprannaturale per affrontare e vivere le difficoltà quotidiane”.

“A volte - stigmatizza il Papa - viene dipinta un’immagine del cristianesimo come di una proposta di vita che opprime la nostra libertà, che va contro il nostro desiderio di felicità e di gioia”. Ma questo “non risponde a verità”: “I cristiani sono uomini e donne veramente felici perché sanno di non essere mai soli, ma di essere sorretti sempre dalle mani di Dio”. Di qui l’invito ai giovani: “Spetta soprattutto a voi mostrare al mondo che la fede porta una felicità e una gioia vera, piena e duratura. E se il modo di vivere dei cristiani sembra a volte stanco ed annoiato, testimoniate voi per primi il volto gioioso e felice della fede”. “Siate missionari entusiasti della nuova evangelizzazione”, l’esortazione finale di Benedetto XVI.

Ragazzi, l’amore «per sempre» si trova soltanto in Paradiso
Card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano – Il Giornale. 4 dicembre 2011

Chi è Gesù? È il Figlio di Dio che è venuto e si è abbassato a diventare uno come noi per essere la via, la verità e la vita, cioè per insegnarci ad amare e a lavorare, perché noi, da soli, ci confondiamo spesso.
Per esempio, riguardo all’amore voi, guardando noi adulti, vi rendete conto di come spesso siamo confusi o contraddittori. Ci teniamo ad essere fedeli, poi non siamo capaci di essere fedeli. Oppure, non siamo capaci di mantenere un giusto equilibrio tra il desiderio di voler bene e la modalità con cui ci comportiamo verso il ragazzo o la ragazza per cui proviamo una simpatia. In questo nostro tempo si è molto superficiali, per esempio, con uno degli aspetti più importanti della nostra vita per capire che cos’è l’amore: la sessualità. Siamo molto superficiali nel parlare e nel praticare queste cose. E questo è molto grave. Per questo abbiamo bisogno di qualcuno per il quale l’amore è stato tutto. Gesù è uno per il quale l’amore ha rappresentato tutto. Perché? Perché ha amato per primo, senza pretendere nulla in cambio. E ha amato con una fedeltà assoluta, per sempre.
Mettetevi bene in testa questa parola: dove non c’è il per sempre non ci può essere l’amore. È questa la ragione per cui non dovete giocare con l'amore, alla vostra età. E i vostri genitori e i vostri educatori vi devono aiutare a capire che cosa vuol dire che là dove non c’è il per sempre, non c’è l’amore, ma soltanto una maschera dell’amore, cioè un amore deturpato, che diventa uno sgorbio. [...]
Essere preoccupati del futuro in una società come la nostra, in cui le trasformazioni sono enormi, è comprensibile. Voi vivete in un momento della storia davvero affascinante, però anche pieno di fatica, di travaglio, a causa di grandissimi e rapidissimi cambiamenti. Quando io avevo la vostra età, era tutto molto più facile... Perciò è normale essere preoccupati del futuro, come essere preoccupati della morte perché la morte è un’esperienza brutta. Il dolore che si prova per il rischio della separazione dei propri genitori, altroché se è un dolore grande! Io non ho avuto questa prova nella mia vita perché i miei genitori sono stati insieme sessant’anni, si sono voluti bene e questo è certamente un grande dono. Però voi dovete essere sempre comprensivi verso i vostri genitori, al di là delle loro fatiche. Dovete essere sicuri che il papà e la mamma, anche quando hanno dei problemi tra loro, non li hanno verso di voi. Anche se fanno fatica tra loro due, il papà è il vostro papà e la mamma è la vostra mamma. E voi dovete rispondere a questo bene col vostro bene perché così li aiutate a stare insieme. Dunque queste paure le ho avute e le ho anch’io, salvo l’ultima perché i miei genitori sono già in Paradiso, quindi sono uniti. Ma è normale avere la paura della morte o la paura del futuro. E Gesù è venuto proprio per questo.
[...] Nel Nuovo Testamento... Sapete cos’è il Nuovo Testamento?... I quattro vangeli più altri libri di San Paolo e di alcuni Apostoli. Dicevo, nel Nuovo Testamento il Paradiso è definito come il luogo del riposo in Dio. Quindi è un luogo di pace, di riposo, di bellezza, in cui tutti faremo l’esperienza dell’amore. E lì vivremo con questo nostro corpo trasformato. Non sappiamo come, perché per imparare come sarà trasformato dobbiamo prima passare attraverso la morte. Però sappiamo che vivremo nel nostro corpo risorto, trasformato - la parola giusta è trasfigurato -, non moriremo più, ci vorremo tutti bene, non ci sarà nessuna invidia, nessuna gelosia. Pensate! Adesso, quando vediamo che uno preferisce un altro a noi, ci dà fastidio o, non appena uno ci sfiora, ci sentiamo feriti. In Paradiso non ci offenderemo più. Saremo in una situazione di pace e, soprattutto, vedremo Dio faccia a faccia. Non avremo più solo un intuizione vaga come io (che non ci vedo benissimo) ho di quel quadro di girasoli là in fondo, ma lo vedremo così come Egli è. Saremo sempre con il Signore. E saremo in compagnia degli angeli, perché ci sono già adesso gli angeli. Ognuno di noi ha il suo angelo … custode … che è un modo delicato con cui Dio è presente a te, a me, ad ognuno di noi.

NEL NATALE DI GESU'. I GIOVANI

1) Nel Natale di Gesù si ricorda un Bambino, lo si venera, ha la massima riverenza, "si diventa più buoni"! L'augurio per i "navigatori" vuole significare l'attenzione sui bambini-giovani, sui quali grava l'ipoteca del futuro. Andando a ritroso, mi sovviene lo scrittore latino Decimo Giunio Giovenale (55-130 d.C.). Così descrive (14^ satira "pedagogica") la famiglia, con fanciulli: un tempio . "Nulla che sia turpe a dirsi e a farsi e a vedersi tocchi queste soglie, dentro le quali c'è un padre: lontano da qui, ah lontano le giovani disoneste, e il canto del parassita che fa della notte il giorno!" "Maxima debetur puero reverentia". Sono versi celebri, che da soli valgono un trattato di pedagogia.

2) Il Bambino / i giovani: è il centro del dibattito della società odierna, in piena crisi di identità, carente di futuro. Molte sono le ricette in soccorso del "Malato-giovane", una viene reiterata con regolarità quasi asfissiante: il futuro dipende da voi.

3) A un insegnante fu chiesto: "Come hai fatto a capire che quella è la strada per te?" Perché ti sei giocato l'intera vita". Si può morire restando vivi! Si muore in molti modi; il più diffuso è la solitudine, causata dall'assenza di possibilità. Manca l'interlocutore a cui poter raccontare. Forse alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di interlocutore. Il mondo adulto, che dovrebbe ascoltare, giudica la loro vita assurda, prima ancora di potere esprimersi. Si muore giovani non perché "cari agli dei", ma perché da loro disprezzati, per mancanza di sguardo.
La gioia di vivere non dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo con fedeltà, sulla base dei "talenti" ricevuti, dei propri limiti. A ciascuno il proprio compito. A Delfi, sul tempio di Apollo, è scritto: "Conosci te stesso". L'attuale crisi, più che economica, è "crisi di identità". Ciascuno dentro di sé sa che qualcosa prefigura il ruolo personale; non in modo esplicito, ma con piccoli segni che tutti possono decodificare: un film, un libro, un incontro, un fatto . A ciascuno è affidato il proprio futuro. Essere coscienti di questo genera gioia di vivere,

4) Quando un adolescente cerca di spiegare la sua vita, sente il bisogno di essere ascoltato. Se trova riscontro è felice, perché percepisce di esser amato, capito, accolto. Questo ai giovani non può essere tolto, diversamente si sentono privi di spazio.
I giovani chiedono riconoscimento, sguardo, che non giudichi la loro vita prima di essere vissuta. Chiedono: "Aiutateci ad essere noi stessi". Essi sono bramosi di questo ascolto. Non desiderano che gli adulti interpretino le loro problematiche. Questa fame di futuro è stordita dalla sazietà di benessere, da cui si sentono accerchiati. "Se non ho fame di futuro, il mio presente sparisce". Ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi per attuarlo. Se sonnecchio, sarà brusco il risveglio e digerire l'eccesso di "portate", di cui vengo ingozzato. Riferisce Alessandro D'Avenia: "A 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante, perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irreprensibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la mia vita ai ragazzi, perché il mio professore di religione, Padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose. A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io, che li mandavo a quel paese, come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere se stessi, ma che essere se stessi è il successo". Una lunga citazione per dimostrare il veleno della società, che lavora per produrre, comprare, consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere. Se fosse il successo il criterio nell'agire, si rimarrebbe prigionieri di un destino crudele. Ciò che rende felici è realizzare se stessi indipendentemente dal riconoscimento altrui. Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.

5) La crisi non ha rubato il futuro. Essa deve rendere più famelici, occorre non accontentarsi del benessere. Il futuro è rubato ai giovani dagli adulti, che non si degnano di uno sguardo, che occupano posti di potere e si disinteressano del bene comune, che frappongono una diga per l'ingresso di nuove leve nel lavoro, che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva, passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata alla sera tardi, una moglie stanca, dopo una giornata infernale, è più importante di una partita di calcio, un alunno è più del suo 4 o del suo 8.

6) Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire. Afferma lo scrittore sopracitato: "In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli altri e a non pensare di essere al centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto la mia vocazione".
Lo aveva scritto in pochi versi Dante, quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse. "Se tu segui tua stella / non puoi fallire e a glorioso porto / se ben m'accorsi ne la vita bella / e s'io non fossi sì per tempo morto / veggendo il cielo a te così benigno / dato l'avrei a l'opera conforto" (Inferno, Canto 15; vv. 55-60).

Post scriptum: le suggestioni riportate sono dovute all'autore su menzionato.
La sintesi sia beneaugurate per le prossime festività.

Don Carlo Venturin nel Santo Natale di Gesù 2011

L'ADOLESCENZA NELL'ITALIA DEI VECCHI
Alessandro D'Avenia – La Stampa del 12 aprile 2011

Mai come in questo momento si parla tanto di giovani e così poco con i giovani.
Mai come in questa stagione culturale si racconta tanto l’adolescenza (appartengo ai colpevoli, sia come scrittore sia come insegnante) e così poco si sa leggerla in questa contingenza storico-culturale.
La contraddizione è soltanto apparente. Ogni cultura si concentra su ciò che non mette più a fuoco e sta perdendo, e sulle parole che nominano quelle cose. A parte cuore, amore, dolore che attraversano tutte le epoche, perché non se ne ha e sa mai abbastanza di quelle tre cose lì, ogni epoca ha le sue parole.
Una parola perduta e per questo oggi abusata è «adolescenza», perché la vita quando perde qualcosa si concentra come un’ossessa sulle parole che risvegliano la nostalgia per ciò che si è perduto. Il nostro non è un Paese per giovani e quindi non si parla d’altro. Abbiamo «adultizzato» (o adulterato?) l’adolescenza e «adolescentizzato» l’età adulta. Per questo la vita grida attraverso di noi ciò che le spetta di diritto, che ogni età realizzi la tensione che le è propria, senza essere soffocata, saltata, pervertita: adulti che fanno gli adolescenti perché non sono stati adolescenti, e quindi non sanno come si faccia a essere adulti; adolescenti disillusi come gli adulti, bruciata la loro capacità somma: creare.

L’adolescenza è l’età in cui si scopre, facendo l’adolescente fino in fondo, il fascino dell’età adulta. Non si tratta di leggere le età della vita come tappe concluse una volta per tutte, ma di integrarle nell’unità storica della persona. Non si tratta di rimanere bambini o adolescenti, ma di conservare ciò che ognuna di queste tappe ha conquistato: la semplicità del bambino e la fame di senso dell’adolescente. Ma cosa hanno di diverso mio nipote di due anni che davanti al frigorifero aperto, sorpreso dal desiderio assoluto, dice: «Cosa posso volere io?» e un mio alunno di 16 anni che, preso da mille cose che lo appassionano e vorrebbe farle tutte, mi confida: «Sto imparando a sognare davvero, a guardare tutto».
Che cosa è l’adolescenza? Come ogni rito di passaggio è un venire alla luce. Il bambino viene alla luce e piange. La mamma lo coccola e il bambino scopre, capisce, impara che la vita è essere amati. L’adolescente viene alla luce nuovamente, ma non bastano più la mamma e il papà. Adesso la vita vuole essere autonoma, vuole le chiavi di casa e non vuole orari: vuole spazio e tempo tutti per sé. Non vuole solo essere amata, vuole anche amare. Non è più lo spazio e il tempo di papà e mamma, ma lo spazio e il tempo di uno spirito che esplode con il corpo e cerca il proprio spazio e il proprio tempo. Cerca la propria storia. Un proverbio ebraico dice che Dio ha creato l’uomo per sentirgli raccontare storie. Solo chi ha una storia può raccontarla. Il bambino racconta la storia di papà e mamma, l’adolescente la sua, la sua unicità da scoprire e incollarsi addosso.

L’adolescenza se è veramente qualcosa è l’entusiasmo del creare. Si è stati creati, anzi pro-creati, e si comincia finalmente a voler creare. Anche i bambini sono creativi, è vero: disegnano, costruiscono, immaginano mondi tracciati anche solo con un dito agitato nell’aria. Ma il creare del bambino è ingenuo e spontaneo, non c’è un io che scopre sé stesso nel creare, ma si bea nel suo pensiero magico in cui non c’è separazione e tutto è dentro tutto. Il creare dell’adolescente è invece spinto da un io che vuole rivelarsi, l’io si separa e si scopre finalmente: solo. Quella solitudine che è croce e delizia dell’adolescente: nessuno lì lo può raggiungere e si espande quel dolce amaro tormento del volere e non volere essere soli, del volere e non volere essere raggiunti, del volere quella solitudine per ascoltarsi e del volere che qualcuno la raggiunga e non ne faccia sentire il peso schiacciante, magari con un «ti amo».
In un essere picciol tempo dura, direbbe Petrarca, l’adolescente è mutevole e instabile: l’io vuole scaturire, venire alla luce, essere creatore, iniziatore. Anche il corpo diventa capace di creare e dare inizio, il corpo diventa il potenziale corpo di una madre e di un padre. Sangue e sperma dispersi finché non trovano per chi costituirsi in carne e dono. Lo spirito vuole creare, il corpo vuole creare.
L’adolescente in questa selva oscura scopre il suo essere individuo, ma ogni venire alla luce si accompagna al pianto. L’adolescente è in conflitto con il mondo, perché è in conflitto con sé stesso. È nel caos di una vita che vuole emergere finalmente nella sua unicità e totalità, percepisce per la prima volta la grandezza della vita come qualcosa che lo chiama e che la vita vuole donargli, ma la vita penetra in lui tutta insieme e lo confonde, lo getta nel caos. Per questo legge, ascolta musica, con una fame che si perderà con l’età adulta, come scriveva Pavese: «Tra i segni che mi avvertono essere finita la giovinezza, massimo è accorgersi che la letteratura non mi interessa più veramente. Voglio dire che non apro i libri con quella viva ed ansiosa speranza di cose spirituali che, malgrado tutto, un tempo sentivo».

All’adolescente sembra di appartenersi, di trovarsi, di scoprirsi, di uscire dal caos quando lo specchio delle parole e della musica e delle storie rivelano l’io incastrato ancora nelle spire del magico tutto infantile. Ma è proprio quel caos che aspira all’ordine, è proprio quel caos che vuole tutto, perché scopre tutto. Per questo l’adolescenza non è età del piacere, ma dell’eroismo, del dono folle di sé anche autodistruttivo, dell’amore assoluto. Ma un adolescente nutrito di piacere perde il caos e si ordina con le piccole cose che spengono la fame.
Questa è la vera novità degli adolescenti di oggi: gli abbiamo dato tutto e non hanno più fame, si è assopita l’essenza creativa del loro essere adolescenti. Per questo tante dipendenze: sintomi – non cause – di una mancanza di ricerca di quel tutto che è la vita e che si vuole abbracciare creando e creandosi. Si compra la felicità subito e si spegne il desiderio del tutto, che è il caos adolescenziale. Caos benedetto che troppo spesso gli adulti cercano di controllare con l’aridità di una disciplina insensata o con il comodo consumismo, invece di incoraggiare quello slancio verso cose grandi: una vetta da conquistare, un mare da attraversare.

L’adolescente va protetto da sé stesso e dal suo caos, al quale spesso soccombe, non soffocandolo, ma incanalando questa forza. Ogni creatore di bellezza lo sa, ogni lavoratore appassionato lo sa, ogni madre lo sa: il caos della vita è creatore, la potenza creatrice è caotica. Non basta controllare il cuore di una centrale nucleare con mura spesse e indistruttibili per evitarne lo scoppio, come purtroppo sappiamo. Perché una centrale non sia pericolosa deve funzionare ed erogare tutta la sua potenza al servizio della vita altrui.

La prima generazione incredula

La novità del nostro tempo è che i giovani non hanno ricevuto alcuna informazione circa l’autentica convenienza della fede, non sanno perché dovrebbero credere o pregare. La loro disaffezione verso le cose della fede è anomalia che deve preoccupare e occupare la VC e la Chiesa tutta.
(da TESTIMONI n.8 del 2010)

Folle devote riempiono piazze e grandi occasioni rituali destano l'interesse della gente e dei media, ma le chiese si svuotano ogni giorno di più… «soprattutto sparisce la cultura cristiana e cattolica, la conoscenza dei fondamenti della religione e perfino dei più classici passi e personaggi evangelici, come si può constatare frequentando gli studenti universitari. Si tratta di una mutilazione per tutti, credenti e non credenti, perché quella cultura cristiana è una delle grandi drammatiche sintassi che permettono di leggere, ordinare e rappresentare il mondo, di dirne il senso e i valori, di orientarsi nel feroce e insidioso garbuglio del vivere» (Claudio Magris, 2004).
A questa "laica" affermazione possiamo affiancare alcune considerazioni del papa contenute nel suo Messaggio per la 47a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (tema: "La testimonianza suscita vocazioni", 25 aprile 2010): «L'esistenza stessa dei religiosi e delle religiose parla dell'amore di Cristo, quando essi lo seguono in piena fedeltà al Vangelo e con gioia ne assumono i criteri di giudizio e di comportamento… La loro fedeltà e la forza della loro testimonianza, poiché si lasciano conquistare da Dio rinunciando a se stessi, continuano a suscitare nell'animo di molti giovani il desiderio di seguire, a loro volta, Cristo per sempre, in modo generoso e totale. Imitare Cristo casto, povero e obbediente, e identificarsi con lui: ecco l'ideale della vita consacrata, testimonianza del primato assoluto di Dio nella vita e nella storia degli uomini… per promuovere le vocazioni specifiche al ministero sacerdotale e alla vita consacrata, per rendere più forte e incisivo l'annuncio vocazionale, è indispensabile l'esempio di quanti hanno già detto il proprio "si" a Dio e al progetto di vita che egli ha su ciascuno. La testimonianza personale, fatta di scelte esistenziali e concrete, incoraggerà i giovani a prendere decisioni impegnative, a loro volta, che investono il proprio futuro. Per aiutarli è necessaria quell'arte dell'incontro e del dialogo capace di illuminarli e accompagnarli, attraverso soprattutto quell'esemplarità dell'esistenza vissuta come vocazione». Su questa linea va il volumetto di don Armando Matteo (assistente centrale Fuci e docente di Teologia fondamentale presso la pont. università Urbaniana di Roma, intitolato La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede (Rubettino, pp. 102, € 10,00), che porta in esergo proprio la frase di Magris sopracitata.

Giovani col "mal d'anima"
Il messaggio fondamentale, e coraggioso, è quello che la Chiesa così come si presenta oggi è poco interessante per i giovani. Anche se, negli ultimi anni, si è registrata una strategia di cambiamento (Giornate mondiali della gioventù, Agorà dei giovani, pellegrinaggi ai grandi santuari ecc.), ora è il tempo di un vero ripensamento strutturale per parrocchie e comunità religiose perché si creino luoghi in cui i giovani possono apprendere che cosa significa credere e pregare. Al centro dell'agenda ecclesiale sembrano invece esserci piuttosto i "temi sensibili" (bioetica, laicità, immigrazioni, ambiente, dialogo con le religioni) o le scottanti questioni interne (calo di vocazioni, perdita di credibilità per lo scandalo pedofilia ecc.). Eppure la questione dei giovani disaffezionati alle cose della fede è anomalia ben più preoccupante per il futuro! Comunità senza giovani infatti rischiano di scomparire per mancato ricambio generazionale!
L'ipotesi di lavoro del prof. Matteo è semplice: la Chiesa ha assorbito la stessa logica che struttura i rapporti tra generazioni nella società civile, una logica «scandita da un continuo parlare dei giovani e dei loro problemi, cui corrisponde un altrettanto costante accumulo di privilegi nelle mani degli adulti, persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro posti di potere» (p. 8). Drogato dal mito del "per sempre giovane", l'adulto ruba poi spazi e tempi di futuro al giovane, brandendo una sorta di scudo "invidioso" che finisce per spingere quest'ultimo ai margini della vita.
L'effetto sul versante ecclesiale è dipinto dal card. Kasper ("ognuno di noi ha già incontrato uomini a cui sembra mancare ogni antenna, quando parliamo di Dio"): i giovani d'oggi - tra i 20 e i 30 anni - non hanno più antenne per Dio. Non si pongono contro Dio o la Chiesa, ma hanno imparato a vivere senza di essi. I segni più evidenti di questa indifferenza sono: profonda ignoranza delle basi della dottrina cristiana, scarsa partecipazione alla formazione post-cresimale, libertà nel disertare l'Eucaristia domenicale.

La felicità per loro è altrove
La cinghia di trasmissione tra le generazioni oggi si è infranta. La fede ha subito « un processo di opacizzazione della sua capacità di umanizzare, ovvero non convince più quale possibilità di far diventare l'uomo più uomo… molti, oggi, ritengono che la felicità vada cercata altrove» (p. 14). Anche per questo, nascere e diventare cristiano sono due cose distinte. La novità del nostro tempo è che i giovani non hanno ricevuto alcuna informazione circa l'autentica convenienza della fede, non sanno perché dovrebbero credere o pregare. Tutto questo, incredibilmente, è accaduto «lungo alcuni dei pontificati più significativi dell'intera storia della Chiesa e durante una vera e propria esplosione delle forme di esercizio del cristianesimo» (p. 19). Come si è potuti giungere a questa situazione?
L'assenza di Dio nella vita dei giovani è certamente legata alla rivoluzione culturale che ha investito l'occidente negli ultimi cento anni. La coscienza comune ha iniziato a fare lentamente a meno della grammatica offerta dalla tradizione gravitante nell'orbita del cristianesimo. Inizialmente c'è stato il rinnegamento del modello platonico sull'ordine al mondo (con la distinzione ontologica tra finito e infinito): Darwin, Freud e Nietzsche ci hanno fatto guardare con occhi diversi il finito, la sua durezza e la sua amabilità. Subentra un nuovo esercizio della razionalità, meno preoccupato dell'oggettivo e più interessato alle relazioni tra realtà e affetti-emozioni del soggetto, meno ossessionato dal criterio della verità. Così arriviamo al secolo della tecno-scienza: la ricerca tecnica non è più immediata risposta ai problemi concreti dell'esistenza; ci si dedica al perfezionamento dei prodotti a prescindere dalle loro funzioni pratiche. Nel contempo aumenta la mobilità e la capacità di comunicare, migliora la pratica sanitaria, l'economia si trasforma in finanza.
L'imperativo diventa dunque quello dell'auto-perfezionamento: si deve sperimentare ciò che è tecnicamente sperimentabile. La vita è… esperimento! Il modello agostiniano dell'etica del sacrificio è sostituito dall'etica della promozione e dell'auto-superamento. Lo slogan sessantottino del 'vietato vietare' mina il sapere tradizionale e le forme istituzionali con cui esso si trasmetteva. Così il cristianesimo entra in un processo di vera e propria "esculturazione" (Danièle Hervieu-Léger): i figli del 1968 «hanno respirato una cultura che estrometteva tutti i punti d'aggancio sui quali la teologia cristiana aveva puntato per dire la bontà di Dio per una vita piena. Hanno imparato a cavarsela senza Dio e così hanno insegnato a fare ai loro figli. Hanno forse ancora mantenuto un legame affettivo (re-ligio) ai riti ecclesiali, ma privo di ogni consistenza di fede. È nata così la prima generazione incredula della storia dell'occidente, figlia dei figli del '68» (p. 28). Generazione sulla soglia di "un presente sospeso", con un futuro che non alimenta più né speranza né un vero esercizio della libertà personale.

Strategie creative per ospitare i giovani
Il nostro A., a questo punto, per evitare la tentazione di cercare nella cultura del nostro tempo solo il capro espiatorio dei problemi pastorali, preferisce sottolineare che la vera sfida è ormai quella di trovare il senso della presenza dei credenti nel mondo in un tempo bello e insieme duro. Si tratta di riconoscere innanzitutto che siamo minoranza culturale e che si è creata una distanza tra cultura e fede. E ancora, visto che le comunità sul territorio fanno fatica a diventare quel laboratorio della fede indicato, con lungimiranza, da papa Giovanni Paolo II; visto che il blocco del futuro è la vera causa dell'emergenza educativa… si tratta di dirigere l'impegno verso una «autentica conversione del mondo degli adulti: da un amore viscerale per la giovinezza e il suo irresistibile fascino, a un amore e cura per i giovani con il loro bisogno di adulti-testimoni» (p. 61). Dobbiamo insomma inventarci una "nuova introduzione alla compagnia di Gesù": nel confronto con il nostro tempo, cioè, siamo invitati a ri-scoprire l'originalità della fede cui vorremmo iniziare i giovani.
Ma qual è la specificità da riscoprire? «La fede, dice Armando Matteo, è la conversione della libertà al comandamento dell'amore proposto da Gesù» (pp. 69-70). L'amore è la novità cristiana: non sono più costretto a chiedere agli altri le ragioni della mia amabilità; io posso amare me stesso in quanto sono amato da Dio e così liberamente indirizzare il mio amore all'altro.
Ahimè!, proprio su questo nodo strategico il ritardo ecclesiale è tangibile: comunità parrocchiali, religiose e movimentiste sono tutte accomunate in fondo da una rigida identificazione delle persone con i ruoli che rivestono (curato, catechista, formatore, fondatore, animatore ecc.) e da una istituzionalizzazione dei gruppi esistenti. Una messa a "dieta" di tutta la Chiesa ingessata è dunque auspicabile: occorre discutere della non funzionale «distribuzione e ripartizione di diocesi, parrocchie, monasteri, conventi uffici, da una parte, e uomini e donne consacrati, loro assegnati, dall'altra,… per favorire percorsi di ospitalità autentica a coloro che si accostano per la prima volta alla realtà della fede: aumenta infatti l'età media del clero, diminuiscono le suore e i consacrati… Bisogna mettere a tema la questione della geografia della salvezza: la questione del dove e come ci presentiamo ai giovani, con quali energie e con quali facce, con quali sinergie e con quali e quanti progetti». (pp. 73 e ss.).
Si tratta di creare occasioni per dare la grammatica della fede, affinché i giovani con la loro creatività possano trovare canali di espressione originale. Una presa in carico della incredulità odierna richiede una rinnovata alleanza tra la dimensione familiare-parrocchiale e quella monastico-contemplativa della presenza cristiana nella società . Solo nella misura in cui riusciremo a raccogliere il grido dei giovani, uscendo dalla logica delle lotte tra "laici furiosi" e "clericali impenitenti", potremo liberare quel nuovo amore verso di loro che nasce dall'ascolto e diventa fonte di conoscenza (Gregorio Magno); potremo avvertire un'altra povertà, quella di un Dio "orfano" di giovani.

MARIO CHIARO

 

Ricerca della felicità… oppure dono? Cosa dobbiamo fare per essere felici?

di Antonio Genziani, in "L'Emanuele", del 01/04/2009

Quanto è giusto ricercare felicità nel successo, sul lavoro… con gli amici, con una compagna/o cercando sempre di ottenere il massimo livello in tutto? La frenesia di oggi è spesso il risultato della ricerca affannosa di tutto ciò che può farci sentire bene: realizzati, gratificati, belli, in forma e… quindi felici. Ma è questa la via verso la vera felicità? La felicità è qualcosa che possiamo ottenere solo con il nostro impegno o, invece, è qualcosa di più?
Cosa dobbiamo fare per essere felici?
Vorrei dare risposta a queste domande iniziando la mia riflessione senza dare una definizione di felicità: non è mia intenzione cercare le molteplici accezioni del termine sulle enciclopedie più o meno virtuali, o sondare il parere di psicologi ed esperti, né ritengo misteriose e difficili le condizioni che la determinano. La felicità è semplicemente un benessere interiore indescrivibile di cui, però, si possono cogliere i segni: pace, serenità, giovialità, disponibilità, pazienza, fiducia, sorriso, tenerezza, meraviglia, stupore. Allo stesso tempo la domanda di felicità è inconscia, essa mi spinge ogni mattina ad alzarmi dal letto, a compiere dei gesti, a migliorare delle relazioni, a cercare, a sperare nel futuro.

Le “nostre” felicità

Ai nostri giorni il significato di felicità è collegato automaticamente a quello di piacere, di benessere fisico, salute, condizione agiata, amicizia, divertimento. Sì! Potrebbe essere anche così! È insito nella nostra natura umana il desiderio di essere felici, ma siamo anche consapevoli che le felicità derivanti da cose materiali e superficiali hanno una breve durata. È facile dedurre che il motivo per cui spesso non riusciamo a raggiungere questa condizione di benessere sta nel fatto che la ricerchiamo nelle cose…!

Il rischio che tanti giovani, e anche meno giovani, corrono è il voler inseguire una felicità che sta al di fuori di loro stessi. A questo proposito gioca molto il bombardamento pubblicitario a cui tutti siamo sottoposti: se faccio zapping alla tivù o sfoglio qualche pagina di un settimanale, mi pare chiaro che tutti sappiamo in cosa consiste la felicità.

“Se hai un cellulare ultimo modello non avrai più limiti!”, “se indossi quei particolari pantaloni (che costano come il tuo stipendio), nessuno rimarrà indifferente al tuo passaggio!”, “se mangi quel tipo di prodotto, se ti tieni in forma e sei sano, niente ti sarà impossibile!”. L’elenco sarebbe lunghissimo, e ognuno può fare il suo, sta di fatto che ogni messaggio promozionale va a interpellare il nostro grado di felicità e noi compriamo quanto più ci sentiamo vuoti e infelici!!!

Cosa dobbiamo fare? Innanzitutto opporci! Credere fermamente che c’è qualcos’altro ed è quel “qualcosa” che sta dentro di noi, di cui dobbiamo riappropriarci! No, la felicità non può venire dal riempirci di cose o dall’affermazione personale!!! 

La scelta di essere dono

Molti giovani si appassionano alle sfide per la giustizia e la pace: pensiamo ai molti che si impegnano per il volontariato in ambito civile, o anche nella politica, nella salvaguardia dell’ambiente o dei diritti dell’uomo, oppure pensiamo ai non pochi che scelgono percorsi vocazionali.

Cosa cercano questi giovani? Cosa provano nel loro cuore? Cosa offrono agli altri? Che cos’è che li spinge a investire il loro tempo, la loro attenzione, le loro capacità? Nel compiere scelte di questo tipo, essi si sentono felici perché escono da loro stessi per incontrare gli altri e sperimentano la bellezza di essere dono. La felicità allora non è più l’affermazione di un bisogno per soddisfare un piacere egoistico, ma è il donare se stessi, la propria vita, con la consapevolezza di averla ricevuta in dono, da un Altro e dall’Alto.

Ma questa consapevolezza di essere un dono non è così scontata, la si apprende da chi vive la vita in questo modo. Essa è importante perché permette la nascita di un atteggiamento essenziale per una vita felice: la gratitudine.

La gratitudine è un atteggiamento prezioso che offre la possibilità di affrontare la vita nelle situazioni difficili e permette di riconoscere se stessi come dono per gli altri: la mia vita non è solo per me, per i miei interessi e desideri, essa mi è stata donata perché io la doni agli altri, questo è il segreto della felicità. Ecco perché la gratitudine contribuisce in maniera così rilevante alla felicità.

Possiamo affermare che la gratitudine ci consente di conferire “bontà” alle cose che possediamo, agli incontri che viviamo, alla totalità della nostra esistenza: ogni cosa sembra migliore quando è vista come un dono e ogni volta che riceviamo un dono sembra naturale e spontaneo pronunciare la parolina “grazie”. Io sono sempre più convinto che questa parola ha la possibilità di trasfigurare la vita, l’esistenza.

Educare al dono vuol dire educare alla gratitudine, che significa a sua volta, educare alla felicità…

Una chiamata alla felicità

Facciamo ora un altro passo in questo percorso verso la felicità. Abbaiamo detto che essa è legata al farsi dono, all’uscire da sé; ora desideriamo sottolineare che la felicità è un dono, non basta il nostro sforzo, esse ci viene donata da qualcun Altro. Da qui comprendiamo che c’è una chiamata alla felicità che forse non abbiamo mai preso in considerazione.

Se la felicità è un dono non va cercata con l’affanno, perché l’affanno l’allontana, ma va accolta attraverso la disponibilità a donare la vita e tutto ciò che questo comporta.

Ci scopriamo persone felici quando sappiamo accogliere positivamente gli eventi, quando sappiamo portare avanti relazioni d’amicizia profonda con le persone, quando viviamo gli atteggiamenti dello stupore, della meraviglia, della gratitudine di fronte a tutto ciò che si pone davanti ai nostri occhi. È accogliere nel proprio cuore l’avventura della vita, del nostro essere uomini e donne del nostro tempo.

La felicità è una persona: Gesù di Nazareth

Per chi è credente è dono di Dio, che ama l’uomo e desidera per lui pienezza di vita. Per chi è cristiano, questo passa da una relazione di fiducia, di affetto, di amicizia, con una persona: Gesù di Nazareth.

Io sono sempre più convinto che la felicità è suo dono, perciò la via per viverla non è impossibile, o praticabile solo per alcuni, ma è per tutti. La via è Gesù, per cui basta mettersi alla sua sequela per imparare a vivere con semplicità, con amore, ogni nostro gesto, ponendo al centro della propria esistenza Cristo e, di conseguenza, ogni uomo.

Se hai scoperto che la felicità è seguire Gesù, allora devi cercare di vivere i diversi ambiti della tua esistenza (amicizia, lavoro, amore) alla luce della sua parola e della sua vita.

Ricercarla vivendo al massimo livello, come se fosse una sfida con se stessi per raggiungerla o come se tutto dipendesse da noi, è una forma di narcisismo che ci fa sentire onnipotenti e ci allontana dalla relazione con Dio. In questa visione di vita si pensa solo a se stessi, stretti dalla morsa asfissiante de proprio egoismo, che non di spazio agli altri né tantomeno dalla possibilità di farsi dono.

Beati cioè felici

Io credo che Dio, in Gesù, ha qualcosa da dire a proposito: visto che è Lui che ci ha creati, dobbiamo ammettere che forse, Egli sa meglio di noi, cosa ci può rendere felici. Gesù parla di felicità nel vangelo di Matteo quando fa un lungo discorso programmatico, che poi affida alla comunità dei discepoli come cuore della buona notizia: sono le beatitudini, quelle parole che stupivano anche Gandhi, grande uomo di pace, che le considerava tra le pagine più alte del pensiero umano.

Beati” dice Gesù, ossia “felici”. Che sappia il segreto della felicità? Che finalmente Dio spieghi l’essenziale agli uomini evitando fatiche, delusioni, tristezze?

Ma subito una delusione: “beati voi poveri… voi che piangete”. Ma come? Cosa significa?

Semplice, geniale: la beatitudine, la felicità non risiede certo nella povertà, nella sofferenza (perché Dio non ama la sofferenza e non può volerla), Essa abita in Dio, perché chi soffre, chi ha fame, chi piange non ha altri a cui rivolgersi se non a Lui. È come se Gesù dicesse: “Se, malgrado la povertà, la sofferenza, la persecuzione, sei felice, allora la tua felicità è posta altrove: tu sei beato!”. Sì amici, Gesù svela che l’origine della felicità è nel sentirsi amati da Dio, nel leggere la propria storia nella grande storia d’amore di Dio. La beatitudine è in Dio.

Sei beato, felice, se comprendi questo per cui neppure la sofferenza, la povertà, la fame possono distaccarti dalla felicità e dal cuore di Dio.

Siamo posti di fronte a due scelte: la mentalità di questo mondo che ci dice che per essere felici occorre possedere, riuscire e apparire, o quella di Gesù, che dice che basta lasciarsi incontrare da Dio, lasciarsi amare. Che non abbia ragione Dio, una volta tanto?

 


CONVEGNO NAZIONALE DI PASTORALE GIOVANILE

I GIOVANI ... CHIAMATI A “SERVIRE”
Dall'11° convegno nazionale di pastorale giovanile è stato rilanciato il valore dei "cammini quotidiani" radicati nel territorio e innestati nelle parrocchie e nelle diocesi. La parrocchia è chiamata a diventare per i giovani una "seconda casa", secondo uno spirito di comunione che valorizzi la loro originalità e la loro creatività.

Dal 21 al 25 ottobre si è svolto in Basilicata, a Metaponto, nella diocesi di Matera-Irsina, l'11° convegno nazionale di pastorale giovanile, organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei. L'appuntamento ha una cadenza biennale e quest'anno ha raccolto circa 500 persone, responsabili e loro collaboratori, provenienti da 141 diocesi italiane, da un consistente numero di istituti di vita consacrata maschile e femminile e da una ventina di aggregazioni laicali; fra i partecipanti era presente anche una suora che svolge un servizio pastorale a favore dei giovani italiani, emigranti per motivi di lavoro o in Erasmus, presso la diocesi tedesca di Colonia.
L'organizzazione del convegno ha visto la partecipazione attiva delle sei consulte di pastorale giovanile delle diocesi della Basilicata. I vescovi della Conferenza episcopale lucana hanno accompagnato con la loro presenza e il loro affetto tutto lo svolgimento delle giornate; anche altri vescovi, delegati per la pastorale giovanile di varie regioni italiane, hanno partecipato in modo continuativo a gran parte dei lavori. Il risultato di questo impegno e di questa presenza ha reso il convegno una ricca esperienza di chiesa: molti partecipanti hanno avvertito la presenza dello Spirito Santo che sempre agisce quando "due o tre sono riuniti nel suo nome".
Giovani e comunione ecclesiale
Lo spirito di comunione sembra essere fondamentale oggi per l'annuncio di Gesù Cristo ai giovani; una chiesa divisa, animata da individualismi, da indifferenze reciproche, incapace di realizzare il comandamento dell'amore non è credibile e i giovani si allontanano da essa. L'espressione "amerai il prossimo tuo come te stesso" a livello ecclesiale e pastorale può essere tradotta con "amerai l'altra diocesi, l'altra parrocchia, l'altra associazione come se fosse la tua".
Il titolo del convegno "Non è venuto per farsi servire ma per servire". La diocesi, la parrocchia e i giovani esprimeva in modo sintetico la proposta del percorso di questi giorni. Le giornate di Metaponto si sono collocate in un tempo particolare, a cavallo fra due decenni pastorali: da una parte, la conclusione dei tre anni dell'Agorà dei giovani italiani, inseriti nel decennio segnato dal documento Comunicare il vangelo in un mondo che cambia; dall'altra, l'anno 2010 sarà l'inizio di un cammino del piano decennale della Cei riguardante il tema "educazione".
Il triennio dell'Agorà ha lasciato alla pastorale giovanile italiana un'interessante ed entusiasmante eredità: per molte diocesi il biennio 2007-2009 è stato di notevole vivacità giovanile, di percorsi inediti e di sperimentazioni. Molti hanno allacciato nuovi rapporti con le istituzioni e le varie realtà giovanili; molti hanno tentato strade - mai percorse prima - di annuncio missionario ai giovani. Tale periodo ha permesso di focalizzare l'attenzione sul mondo giovanile: è stato messo in evidenza che molti giovani non partecipano alla vita della chiesa, che ancora molti ragazzi sono presenti nelle nostre comunità parrocchiali, ma che purtroppo sono poco ascoltati, poco responsabilizzati e resi poco protagonisti.
Proprio per questo Angelo Spinillo, vescovo di Teggiano-Policastro, ha ricordato che una dimensione essenziale del servizio è l'ascolto: i giovani rappresentano una grande risorsa per la comunità cristiana e un'opportunità per essere calati nel proprio tempo. Quindi, per la chiesa è importante ascoltarli. «Gesù ci insegna a servire - ha detto il vescovo - e il nostro servizio deve partire dall'ascolto. Ma dobbiamo essere consapevoli che quello di Gesù non è solo l'invito ad un comportamento virtuoso, ma è un messaggio in grado di donare un nuovo modo di essere».
Giovani e pastorale diocesana
In vista del prossimo decennio pastorale, nel corso del convegno si è cercato di approfondire il tema dell'importanza della comunità cristiana nel cammino di educazione e di evangelizzazione. Il Vaticano II definisce con chiarezza che la diocesi è un riferimento fondamentale di chiesa sia dal punto di vista teologico sia sul versante pastorale. La pastorale giovanile è un aspetto dell'unica pastorale diocesana: le indicazioni del vescovo, declinate con varie modalità nelle varie situazioni territoriali, nelle aggregazioni laicali e nelle famiglie di vita consacrata, rappresentano un cammino solido per ogni percorso con i giovani. In questo senso la Consulta diocesana per la pastorale giovanile rappresenta uno strumento necessario per realizzare questo processo di attualizzazione delle indicazioni del vescovo.
Più volte durante il convegno si è ribadito che la consulta diocesana è, prima di tutto, un luogo di discernimento comunitario, realizzato "con" e "per" i giovani, nell'ascolto di ciò che - usando un'espressione dell'Apocalisse spesso utilizzata durante il convegno ecclesiale di Verona del 2006 - "lo Spirito dice alle chiese". Purtroppo, frequentemente le consulte diocesane sono invece luoghi per lo più operativi e organizzativi, talvolta poco attenti alla valorizzazione delle realtà ecclesiali presenti nel territorio. I religiosi e i responsabili delle aggregazioni laicali hanno espresso il desiderio di essere più presenti nei vari consigli e organismi di comunione, sia a livello diocesano che parrocchiale.
La dimensione diocesana acquista ulteriore concretezza quotidiana nella vita delle parrocchie. La parrocchia - è stato più volte ribadito a Metaponto - dev'essere per i giovani una sorta di "seconda famiglia" o di "seconda casa", governata da rapporti caldi e di prossimità; una palestra in cui i giovani imparano ad assumere delle responsabilità; un luogo in cui poter ritornare per raccontare le proprie esperienze di vita e di testimonianza vissute a scuola, all'università, sul lavoro e con gli amici. In tale contesto parrocchiale l'eucaristia domenicale è la fonte dell'amore che dovrebbe governare la vita di ogni comunità e spingere alla missione, come il consiglio pastorale parrocchiale dovrebbe essere il luogo in cui, in un clima di corresponsabilità, presbiteri e laici rispondono insieme alla chiamata di Dio ad annunciare il vangelo nella porzione di chiesa ad essi affidata.
Il percorso del convegno
La tavola rotonda sul tema La parrocchia che vorrei… Cosa si aspettano i giovani, le famiglie, la scuola dalla comunità cristiana, coordinata da Paola Dal Toso, segretaria nazionale della Consulta dei laici (Cnal), ha evidenziato quanto i giovani, la famiglia e la realtà scolastica siano poco presenti nelle attenzioni della comunità cristiana. Si è detto che spesso «nelle nostre comunità parliamo e sparliamo, ponendoci come osservatori esterni, distaccati dalla comunità cristiana. Il risultato è che i giovani non sentono la parrocchia come madre. Occorre mettere qualcosa di autentico per instaurare con loro una relazione di pari dignità, ascoltare le loro richieste e dare risposte. Nelle nostre comunità abbiamo bisogno di giovani protagonisti, della loro diversità, che non deve fare "muro" ma "unità". Creiamo molte relazioni nelle nostre comunità, ma spesso si rivelano superficiali; è tempo di investire sui giovani con relazioni autentiche».
Francesco Miano, presidente nazionale dell'Azione cattolica, ha invitato la comunità cristiana ad essere se stessa, animata dallo Spirito Santo, attenta alle persone e innamorata del tempo che sta vivendo. I credenti sono chiamati - secondo Miano - «a investire il proprio tempo migliore nell'accompagnamento dei giovani e nella loro ricerca vocazionale», perché questo è anche un servizio alla società civile. Su questo percorso i cristiani hanno già la "mappa giusta": la parola di Dio.
Don Gianni Cesena, direttore della Fondazione "Missio" della Cei, ha tirato le fila degli importanti e partecipati gruppi di studio riassuntivi del convegno, sottolineando quanto la differenza, spesso rappresentata dai giovani, possa essere una ricchezza per la comunità cristiana. Don Cesena ha invitato i giovani ad uscire dalle proprie tradizioni e a ridisegnare in modo nuovo antichi e sempre validi percorsi.
Ai partecipanti al convegno, all'atto dell'iscrizione, era stato chiesto di prepararsi anche attraverso la lettura della Nota pastorale del 2004 Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia: ripetutamente, durante i gruppi di studio, è stato citato questo testo.
Il vescovo di Aosta, Giuseppe Anfossi, presidente della Commissione episcopale per la famiglia e la vita, attingendo alla sua ricca esperienza, ha evidenziato quanto l'oratorio possa essere uno spazio importante per il protagonismo dei giovani. Egli ha fatto notare che «le nostre comunità sono fatte da adulti e da anziani e ciò rappresenta un problema per i giovani che invece vanno resi protagonisti responsabili». Da qui l'invito alle parrocchie a «tornare a servire i giovani affrontando con loro i temi della vita e della fede», dal momento che «i giovani non sono indotti dalla società contemporanea ad assumere responsabilità». Inoltre, il vescovo di Aosta ha sottolineato che, «nel momento in cui i preti diminuiscono e invecchiano, i giovani possono occupare uno spazio maggiore nella pastorale giovanile, con competenza e studiando linee di professionalizzazione che la comunità cristiana può prendere in carico». Egli ha ribadito come la pastorale giovanile italiana sia maturata in questi anni proponendo la necessità di un cammino ordinario di vita cristiana per i giovani.
In continuità con gli stimoli emersi durante il triennio dell'Agorà, nei giorni del convegno hanno trovato spazio sedici interessanti e fruttuosi laboratori di scambio di esperienze pastorali su vari temi riguardanti il mondo giovanile: le dipendenze, la scuola media inferiore, la scuola media superiore, la formazione professionale, la comunicazione e i media, l'arte e la cultura, l'ateismo, l'università, lo sport, il lavoro, i malati, il servizio ai poveri, la mondialità, l'immigrazione, l'oratorio, la politica.
Con Edoardo Patriarca si è definito il cammino verso un maggiore coinvolgimento e partecipazione del mondo giovanile alla Settimana sociale dei cattolici italiani che si celebrerà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010. L'impegno dei giovani per le Settimane sociali si inquadra in un più ampio sforzo di attenzione e di diffusione della dottrina sociale della chiesa che il Servizio nazionale di pastorale giovanile sta compiendo in questi mesi. Presto verrà distribuito in larga scala un dvd contenente alcune lezioni fatte da esperti e da studiosi, ispirate dal Compendio della dottrina sociale della chiesa e dalla recente enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate.
In vista della prossima Gmg
Padre Eric Jacquinet, responsabile della sezione giovani del Pontificio consiglio dei laici, ha informato i convegnisti circa la partecipazione alla Giornata mondiale della gioventù che si celebrerà a Madrid dal 16 al 21 agosto 2011. Egli ha affermato che l'Italia «in Europa è la locomotiva della pastorale giovanile. «Il prossimo anno ci sarà un convegno europeo di pastorale giovanile - ha detto Jaquinet - e l'esperienza italiana avrà un ruolo prezioso nel dibattito». Egli ha informato sulle proposte concrete per la preparazione alla Giornata mondiale dei giovani a Madrid: gemellaggi con i paesi poveri per aiutare i loro giovani a partecipare alle Giornate, un viaggio in bicicletta da Lourdes a Madrid prima della Gmg… A questo proposito, in tutte le diocesi italiane, si comincerà a raccogliere da subito le prime adesioni per aiutare i giovani a fare un vero percorso ordinario in vista dell'evento straordinario di Madrid.
Don Andrea La Regina, di Caritas italiana, ha proposto un bilancio dei primi mesi di collaborazione fra Caritas e pastorale giovanile, per quanto riguarda l'emergenza legata al terremoto in Abruzzo, invitando i presenti a continuare nell'opera generosa dell'invio di volontari nelle zone colpite dal sisma. Egli ha informato che, grazie all'aiuto della pastorale giovanile, da aprile a settembre sono giunti sui luoghi del terremoto circa 2.800 volontari.
Il segretario generale della Cei Mariano Crociata, il vicepresidente della Cei Agostino Superbo e gli altri vescovi presenti hanno dato ai presenti un forte slancio spirituale, ricordando che è lo Spirito Santo il vero protagonista della pastorale e quindi della pastorale giovanile. In particolare, mons. Crociata ha ribadito l'importanza dei giovani nella chiesa e il bisogno di «trasmettere la fede affinché crescano nuovi cristiani e perché l'esperienza della chiesa abbia un futuro». Il segretario della Cei ha affermato che «oggi scontiamo una difficoltà di comunicazione alle giovani generazioni, determinata dal mutato contesto sociale e culturale, e dalle possibilità nuove di vita che i giovani hanno e che spesso sono accompagnate da gravi problemi». Vi è la necessità di «dedizione nuova e uno sguardo attento a questi giovani che hanno tante potenzialità di crescita», dal momento che «il mondo giovanile attende dalla generazione che l'ha messo al mondo di essere aiutato ad assumersi le proprie responsabilità di vita». Agli adulti si chiede di essere sempre più "educatori": il che significa «vivere da persone che credono in ciò che fanno, che considerano il servizio educativo non un mestiere o una tecnica, ma una missione». Sul progetto di pastorale giovanile, il segretario della Cei ha ribadito che «ogni progetto pastorale ha bisogno di dimensione spirituale, di un'anima senza la quale tutto si riduce a sterile attivismo. Il mondo giovanile ha bisogno di "grandi passioni": si tratta di «recuperare il fuoco di Gesù, quello che divora il male attraverso la donazione di sé e non la distruzione dell'altro».
Il fatto che il convegno si sia svolto in Basilicata è stato per don Domenico Beneventi, vicedirettore del Servizio nazionale di pastorale giovanile, «un segno di grande speranza, che mostra tutta l'intenzione di ripartire dal territorio per rilanciare l'impegno ecclesiale a servizio dei giovani. E lo è ancor più se pensiamo alla grande voglia di riscatto del sud d'Italia, riscatto dal pessimismo con la forza della fede, investendo nelle proprie capacità al servizio di un territorio ricco di risorse». «Dal sud - ha aggiunto don Beneventi - può partire il recupero del quotidiano, della concretezza di un vangelo che costruisce la speranza puntando forte sui giovani».
Il convegno di Metaponto ha indicato con una certa precisione una linea da seguire per il lavoro pastorale, quello della ricerca di una comunione, sempre da praticare e da chiedere, come dono di Dio. «Spazio, tempo e responsabilità»: è quanto hanno bisogno i giovani per essere "protagonisti" nella comunità ecclesiale e non soltanto destinatari della proposta cristiana.


don Nicolò Anselmi, responsabile Servizio nazionale pastorale giovanile


DI' LA TUA
Da tanto tempo vado aprendo la pagina "SEMPLICEMENTE NOI", come per cercare qualche cosa di familiare proprio per quel suo iniziare affettuoso: "CARI AMICI"; ed essendo io vostro amico, mi sento sempre convocato. Ora sono mesi che non trovo nessuna riflessione o proposta "giovane" nuova... Lo stile dei vostri incontri e della vostra pagina WEB sembra voler dire che non siete dei pecoroni che vanno dietro al "tutti fanno così" ... è questo vostra originalità che ci si aspetterebbe espressa da questa pagina... Vi riporto il testo di una ragazza CONCITA DE SIMONE, scritta dopo la giornata mondiale della gioventù, a commento delle affermazioni del PAPA. Vi sentite dentro a questo testo o avete voglia di reagire? Potete inviare le risposte alla VOSTRA SEGRETERIA TUTTO FARE: francy.b@tiscali.it  per introdurle in questa pagina. (Natalino)

… "I GIOVANI VOGLIONO COSE GRANDI" (Benedetto XVI)
Commento di Concita di Simone

(…) “I giovani vogliono cose grandi” ci ha ripetuto il Papa. Colpisce il suo tenero ottimismo. La sua affermazione è potenzialmente vera, come è vero pure che ci sono tanti giovani delusi che hanno perso la capacità di sognare e di “aspirare ai carismi più grandi” (s. Paolo). Questi sono i giovani che hanno più bisogno di quelli che hanno già incontrato Cristo e che dalla sua amicizia traggono linfa vitale. Chi ha fatto una reale esperienza di incontro con Cristo, non può rimanerne indifferente o viverla come qualcosa di intimo e privato.

Egli non toglie nulla, e dona tutto”, ci ricorda il Papa. Negli ultimi tempi, i sociologi si sono affrettati a sottolineare come ci sia un rinnovato vigore nell’associazionismo cattolico. È vero che l’unione fa la forza, ma che fine fanno i giovani cattolici quando non sono nelle piazze? Spesso la nostra fede è mascherata di conformismo. Si crea una naturale dicotomia per cui “vita” e “parrocchia” viaggiano su due binari paralleli, destinati a non incontrarsi. Non si riesce a “spalancare” completamente la porta a Cristo, ma si lascia sempre uno spiraglio per cose meno impegnative. Quando il "carpe diem" è più attraente dell’ "ora et labora".

Chi vuole una vita comoda, con Cristo ha sbagliato indirizzo”, ci dice ancora questo Papa che ha già fatto capire di essere un tipo esigente, che ama la radicalità. Tante volte, invece, sembra quasi che ci facciamo degli sconti da soli. Ma la nostra adesione alla fede è veramente radicale se intacca la totalità della nostra vita. Altrimenti rischiamo di rimanere delle lampade spente che non danno luce alla Verità. E la lampada, si sa, non va nascosta sotto il moggio, ma tenuta sopra il lucerniere.
 (Concita De Simone)